La cura dei defunti è una caratteristica che accomuna il genere umano fin dagli albori della sua storia. Esistono testimonianze di attenzione verso i morti già prima che l’Homo sapiens si diffondesse sul pianeta. I Neanderthal praticavano forme di sepoltura rituale: scavavano fosse, deponevano i corpi in posizione rannicchiata — come addormentati — e talvolta li accompagnavano con corredi funerari, come strumenti in selce e, forse, fiori, suggerendo l’esistenza di credenze in una vita ultraterrena o, almeno, di un profondo senso di cura post mortem.

Questa attenzione si è espressa nel tempo in modi infiniti: conservando i resti delle persone care all’interno delle case o dei templi, oppure creando luoghi appositi per accogliere i corpi.
La nostra esperienza di europei ci porta spesso a dare per scontata questa pratica: fin dall’infanzia molti di noi hanno conosciuto il cimitero, accompagnati per mano dei genitori, come parte naturale del ciclo della vita.

Ma, come tutte le cose umane, anche i legami si consumano. Il succedersi delle generazioni porta con sé il progressivo affievolirsi della memoria di parenti e amici defunti. Così i cimiteri, lentamente, sono destinati a morire a loro volta — almeno come luoghi dei sentimenti — trasformandosi in spazi silenziosi, dove la memoria sopravvive solo nelle pietre, nei nomi incisi e nelle storie dimenticate.
Per i viaggiatori curiosi, una visita ai cimiteri — anche a quelli abbandonati — non dovrebbe mai mancare. Nomi, simboli, statue, epigrafi, frasi incise su lapidi e croci diventano una miniera inesauribile di informazioni sulla cultura, le credenze e la struttura sociale del luogo che attraversiamo.

Superata la polvere e le ragnatele, si rivelano atmosfere irripetibili: architetture gotiche o esotiche, dettagli dimenticati, paesaggi di pietra capaci di raccontare più di molti musei. A completare il quadro intervengono spesso leggende e folklore locale con storie di fantasmi, spiriti inquieti e culti ormai scomparsi.
Forse è per questo che, quando mi trovo in un luogo sconosciuto, cerco sempre se nei dintorni esiste un cimitero da visitare — meglio ancora se antico e in stato di abbandono. Non si tratta di tafofilia, cioè di un’attrazione morbosa verso tombe e morte, ma di curiosità per il passato, incarnato in uno spazio profondamente simbolico per la vita di una società.

Caucciù e stelle di Natale
In una radura della foresta, poco distante da un piccolo insediamento, ho scoperto uno dei cimiteri più suggestivi che mi sia capitato di visitare. Lungo il fiume Madre de Dios, nell’Amazzonia boliviana, un’improvvisa esplosione di rosso – un fitto intreccio di stelle di Natale – segnalava l’ultima dimora di alcuni raccoglitori di caucciù.

La stella di Natale, il cui nome botanico è poinsettia, è originaria del Messico. In gran parte dell’America tropicale e subtropicale è una presenza familiare, non solo come pianta ornamentale ma anche come simbolo. Il suo uso rituale nasce dall’intreccio tra cristianesimo, cicli naturali e pratiche locali.
Nei cimiteri e nei luoghi sacri questa pianta viene scelta per il suo potente linguaggio simbolico: il rosso intenso richiama il sangue e la vita, il sacrificio di Cristo ma anche la forza vitale degli antenati; le foglie disposte a stella rimandano alla stella di Betlemme e al Natale inteso come nascita e rinascita; la fioritura, che coincide con il periodo natalizio, trasforma la pianta in un segno naturale del tempo sacro.
Non si tratta dunque di una semplice decorazione, ma di un gesto carico di significato. In quel contesto, la stella di Natale non parla di festa: afferma che la vita non si interrompe, ma cambia forma.
Quel piccolo camposanto amazzonico incarnava esattamente questo concetto. Era un luogo di dialogo silenzioso tra vivi e morti, mediato dalle piante, dal colore e dal ritmo del tempo sacro. Una tradizione semplice, ma profondamente radicata nel modo latinoamericano – e amazzonico – di custodire la memoria.
Il cimitero perduto
La piccola necropoli ebraica di Yeghegis è un segreto custodito lungo una delle antiche vie della seta.

Le iscrizioni incise sulle pietre tombali, risalenti al XIII-XIV secolo, testimoniano l’esistenza di una comunità ebraica medievale nel cuore dell’Armenia.
Scoperto solo nel 1996, questo antico cimitero ha rivelato una presenza che si riteneva inesistente in questo periodo storico.
Le fonti parlano infatti di comunità israelitiche nel territorio armeno tra il primo e il quinto secolo, poi il silenzio. Non sappiamo da dove provenissero questi ebrei medievali, né quale sia stato il destino della loro comunità.

Per questo Yeghegis può essere definito a pieno titolo un “cimitero misterioso”. Passeggiando tra le antiche tombe di granito, isolate e silenziose, è facile lasciare spazio alla immaginazione e costruire storie possibili su queste persone che non hanno lasciato altra traccia della loro esistenza se non queste pietre, consumate dal tempo e dall’oblio.
L’allegro cimitero
Nella regione del Maramureș, al confine tra Romania e Ucraina, nella cittadina di Săpânța, sorge un cimitero monumentale così singolare e noto da meritare un posto a pieno titolo in questa selezione.

Il Cimitirul Vesel, il “cimitero allegro”, è celebre per le sue lapidi in legno dipinte di un azzurro intenso e vivace.
“Allegro” non per superficialità, ma perché qui si rovescia la prospettiva tradizionale della morte, privilegiando una visione che pone al centro la comunità e la vita vissuta. Le iscrizioni e le immagini raccontano i defunti attraverso la quotidianità: il lavoro, le passioni, i vizi e le virtù, spesso con un tono ironico, diretto e sorprendentemente umano.

Tutto ebbe inizio nel 1934, quando l’artista locale Stan Ioan Pătraș cominciò a realizzare queste croci dipinte, arrivando persino a preparare la propria. Questo atteggiamento apparentemente dissacrante affonda le radici nelle credenze degli antichi Daci, secondo cui l’anima è immortale e la morte rappresenta un passaggio gioioso, non una fine definitiva.
Una visione arcaica che, filtrata dall’arte popolare, rende il Cimitirul Vesel un luogo unico nel panorama europeo: più che un cimitero un museo a cielo aperto della memoria condivisa.

La religione della Coca-Cola
San Juan Chamula è un villaggio di coltivatori tzotzil nei dintorni di San Cristóbal de las Casas, celebre per i suoi riti di sincretismo religioso. La chiesa, circondata dal cimitero, è il cuore della religiosità popolare: uno spazio in cui la cultura indigena si manifesta con forza, anche nelle sepolture, spesso segnate da croci colorate anzichè da lapidi tradizionali.

I fedeli si affidano a un curador o a una curadora, figure assimilabili a sciamani, che li guidano nella preghiera e nei rituali. Quando ci si sente oppressi dai problemi, colpiti dalla sfortuna o dalla malattia, si ricorre a cerimonie che prevedono l’uso di candele, sacrifici animali e, in modo sorprendente, un impiego massiccio di bottiglie di Coca-Cola. Secondo una credenza diffusa, infatti, la bevanda avrebbe poteri curativi: il rutto provocato dalle bollicine sarebbe in grado di espellere gli spiriti maligni dal corpo.
A causa di queste pratiche, San Juan Chamula detiene uno dei primati più singolari al mondo: un consumo di Coca-Cola che supera i due litri pro capite al giorno, arrivando in alcuni casi a essere più accessibile dell’acqua potabile stessa. Un esempio estremo di come tradizione, spiritualità e modernità possano fondersi in forme inattese.
La guarnigione silenziosa dell’Impero
A soli tre chilometri dalla stazione ferroviaria di Kandy, il Kandy Garrison Cemetery è un frammento toccante di storia coloniale. Fu fondato nel 1817, quando i britannici — attratti dal commercio delle spezie — scacciarono gli olandesi e consolidarono il loro dominio su quella che chiamarono isola di Ceylon.

Questo piccolo e malinconico cimitero coloniale custodisce circa duecento tombe appartenenti a membri della guarnigione e ad altri residenti europei, morti durante la loro permanenza nello Sri Lanka. Tra erba alta e lapidi consumate dal tempo, emergono nomi, gradi militari e brevi epitaffi che restituiscono frammenti di vite spezzate lontano da casa.

Le pietre raccontano soprattutto una storia di giovinezza interrotta: uomini, donne e bambini strappati alla vita dalle malattie tropicali e da un clima ostile, più letale di qualsiasi battaglia. Una guarnigione ormai silenziosa, che continua a vegliare su Kandy come una discreta e dimenticata sentinella dell’Impero.
Il silenzio degli Yazidi
Non molto distante da Erevan, il villaggio di Rya Taza custodisce uno dei luoghi funerari più enigmatici del Caucaso: un antico cimitero yazida che racconta una storia di migrazioni, resistenza e identità silenziosamente preservata.

La comunità yazida è giunta in Armenia tra il Medioevo e l’età moderna, in seguito a ondate migratorie dall’Anatolia e dall’Alta Mesopotamia. Qui trovò un territorio relativamente sicuro, dove mantenere lingua, riti e tradizioni di una religione millenaria. Il cimitero di Rya Taza è una delle poche tracce materiali di questa continuità: un luogo discreto, spesso ignorato, ma carico di simboli.
Le sepolture si distinguono immediatamente da quelle cristiane o islamiche circostanti. Le tombe sono semplici, spesso segnate da stele in pietra grezza, talvolta decorate con incisioni zoomorfe — cavalli, uccelli, figure stilizzate — che rimandano a un immaginario arcaico. Non si tratta di decorazioni casuali: il cavallo, in particolare, richiama il viaggio dell’anima e l’onore del defunto, mentre gli animali fungono da mediatori simbolici tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. Passeggiando tra le tombe, colpisce l’assenza di monumentalità. La sacralità del luogo non è affidata alla grandiosità, ma al rispetto delle regole rituali e alla continuità della tradizione. Anche l’orientamento delle sepolture e la scelta dei materiali rispondono a un codice religioso preciso, tramandato oralmente.

Il cimitero di Rya Taza può essere definito a pieno titolo un cimitero misterioso: non per leggende di fantasmi o eventi soprannaturali, ma per ciò che non sappiamo. Le storie individuali sono perdute, i passaggi generazionali spezzati da persecuzioni ed esodi. Eppure, proprio in questo silenzio, il luogo acquista forza.
È un cimitero che non chiede di essere compreso fino in fondo, ma osservato con rispetto. Un confine sottile tra visibile e invisibile, dove la memoria non si affida alle parole, bensì alla pietra, al paesaggio e alla persistenza di una cultura che ha scelto, per secoli, di non scomparire.
L’esercito di pietra di Noratus

Un piccolo villaggio sulla sponda occidentale del lago Sevan custodisce un’eredità sorprendente, fatta di storie leggendarie e di una memoria scolpita nella pietra. Qui si trova uno dei cimiteri più straordinari dell’Armenia e la più grande concentrazione di khachkar, le celebri croci di pietra finemente intagliate che rappresentano uno dei simboli più profondi della cultura armena.
Secondo la tradizione, il villaggio di Noratus sarebbe stato fondato oltre quattromila anni fa da Gegham, nipote del leggendario Hayk, il capostipite del popolo armeno. La sua storia si intreccia così con le origini mitiche dell’Armenia stessa. Ma è soprattutto il cimitero a rendere Noratus un luogo unico: un campo impressionante di stele scolpite, dove centinaia di khachkar si ergono come sentinelle silenziose, ciascuna portatrice di simboli, date e storie che il tempo ha in parte cancellato.

Attorno a questo luogo aleggia anche una leggenda che ne accresce il fascino. Si racconta che il cimitero abbia salvato Noratus da una distruzione imminente. Quando Tamerlano e il suo esercito avanzavano lungo le rive del Sevan, gli abitanti del villaggio avrebbero vestito i khachkar con elmi e spade. Visti da lontano, i monoliti trasformati in figure armate diedero l’illusione di un grande esercito pronto alla battaglia. Ingannato da quella visione e riluttante a correre rischi, Tamerlano avrebbe ordinato la ritirata.
Che sia storia o mito, il cimitero di Noratus continua a trasmettere la stessa sensazione: quella di un luogo in cui la pietra non conserva soltanto la memoria dei morti, ma diventa strumento di sopravvivenza, identità e resistenza.

Tombe di vento e silenzio
I cimiteri islamici si distinguono ovunque per la loro sobrietà, ma pochi raggiungono l’essenzialità assoluta dei piccoli cimiteri perduti tra le rocce del deserto del Sahara. Qui la sepoltura si confonde con il paesaggio: pietra, sabbia e silenzio diventano parte integrante del rito.

La tradizione islamica ortodossa prescrive tombe semplici, livellate al suolo, per evitare ogni forma di ostentazione. Nel Maghreb, per segnalarle, si utilizzano spesso vasi, ciottoli o frammenti di ceramica, disposti a delineare il perimetro della sepoltura e a renderla riconoscibile. I nomi e le storie di chi è stato vinto dalla malattia, dalla sete o da una morte violenta — arabi o tuareg — si sono perduti, portati via dal vento come la sabbia del deserto.
Durante il funerale è consuetudine rompere intenzionalmente un piatto o un vaso, oppure lasciarlo spezzato sulla tomba. Il gesto simboleggia la fine del legame terreno: l’oggetto che ha accompagnato il defunto nella vita quotidiana non ha più funzione, così come il corpo fisico ha esaurito il suo compito.

Rompere l’oggetto serve a “liberare” lo spirito. La vita, per come era conosciuta, è andata in frantumi e non può essere ricomposta. I cocci assumono anche una funzione protettiva: tengono lontani gli spiriti maligni, i jinn, e chiudono simbolicamente la tomba, affinché il morto non torni tra i vivi in modo inquietante. Un gesto semplice, quasi invisibile, che racchiude un profondo equilibrio tra rispetto, paura e accettazione della morte.
La fede delle “mala muerte”
Viaggiando lungo le strade o visitando i cimiteri del Sud America è piuttosto facile imbattersi in piccole edicole votive o addirittura in minuscole “casette” che custodiscono il ricordo di vite spezzate, spesso giovani, stroncate da una morte tragica o violenta.

Si tratta di una forma di religiosità popolare molto diffusa, soprattutto in Cile. Queste strutture, chiamate animitas, spesso dipinte con colori vivaci e illuminate da candele, funzionano come piccoli santuari spontanei, dove i fedeli lasciano offerte, preghiere ed ex voto per chiedere intercessioni, protezione, grazie e miracoli.
Una funzione simile è svolta anche da alcune tombe nei cimiteri, in particolare quelle di bambini o di persone morte in circostanze considerate “innocenti”. Nei camposanti sudamericani questi sepolcri diventano talvolta veri e propri luoghi di pellegrinaggio silenzioso.
Nel cimitero di Punta Arenas, ad esempio, si trova la tomba di un indigeno kawésqar, ritrovato morto sul luogo di un fatto di sangue, su un’isola remota. Di lui non si conosceva il nome né la storia. Eppure, con il tempo, la popolazione locale ha iniziato a rivolgersi a questo sconosciuto con affetto e speranza, trasformando la sua sepoltura in un piccolo santuario colmo di ex voto.

Ma perché proprio questi defunti dovrebbero possedere il potere di concedere grazie? Nella credenza popolare, le anime di chi è morto in “mala muerte” — per incidente, omicidio o destino improvviso — resterebbero in qualche modo legate al luogo della morte. Questa condizione liminale le porrebbe in una posizione speciale, a metà tra il mondo dei vivi e quello dei morti, rendendole mediatori privilegiati tra i fedeli e il divino. Una spiritualità fatta di dolore, compassione e speranza, che trasforma la tragedia in un fragile ponte verso il sacro.
Se ti interessa l’argomento puoi vedere: La Recoleta – La ciudad de los muertos e L’isola dei morti del Baker – Una tragedia operaia






















































































































































![Il monte Everest è la vetta più alta della Terra con la sua altezza di 8848 m s.l.m.[1]. Assieme ad altri "ottomila" è situato nella catena dell'Himalaya, al confine fra Nepal e Cina, e rientra nelle cosiddette Sette vette del pianeta.](https://pachamama.altervista.org/wp-content/uploads/2025/07/NEP274blog-960x638.jpg)





































