L’ultimo confine della memoria: cimiteri strani, sacri e abbandonati.

La cura dei defunti è una caratteristica che accomuna il genere umano fin dagli albori della sua storia. Esistono testimonianze di attenzione verso i morti già prima che l’Homo sapiens si diffondesse sul pianeta. I Neanderthal praticavano forme di sepoltura rituale: scavavano fosse, deponevano i corpi in posizione rannicchiata — come addormentati — e talvolta li accompagnavano con corredi funerari, come strumenti in selce e, forse, fiori, suggerendo l’esistenza di credenze in una vita ultraterrena o, almeno, di un profondo senso di cura post mortem.

Petali di fiori sulle lapidi dei caduti nella guerra Iran-Irag nel cimitero di Behesht-e-Zahra a Teheran Iran
Behesht-e-Zahra caduti guerra con Iraq Teheran – Iran 2016

Questa attenzione si è espressa nel tempo in modi infiniti: conservando i resti delle persone care all’interno delle case o dei templi, oppure creando luoghi appositi per accogliere i corpi.
La nostra esperienza di europei ci porta spesso a dare per scontata questa pratica: fin dall’infanzia molti di noi hanno conosciuto il cimitero, accompagnati per mano dei genitori, come parte naturale del ciclo della vita.

Lapidi consumate dal tempo in un antico cimitero ottomano sull'isola di Rodi. La memoria sopravvive nella pietra e nel silenzio.
Cimitero ottomano a Rodi – Greci 2010

Ma, come tutte le cose umane, anche i legami si consumano. Il succedersi delle generazioni porta con sé il progressivo affievolirsi della memoria di parenti e amici defunti. Così i cimiteri, lentamente, sono destinati a morire a loro volta — almeno come luoghi dei sentimenti — trasformandosi in spazi silenziosi, dove la memoria sopravvive solo nelle pietre, nei nomi incisi e nelle storie dimenticate.

Per i viaggiatori curiosi, una visita ai cimiteri — anche a quelli abbandonati — non dovrebbe mai mancare. Nomi, simboli, statue, epigrafi, frasi incise su lapidi e croci diventano una miniera inesauribile di informazioni sulla cultura, le credenze e la struttura sociale del luogo che attraversiamo.

Cimitero della comunità cinese d'oltremare a Luang Prabang, antica capitale del Laos
Cimitero Cinese nei dintorni di Luang Prabang – Laos 2017

Superata la polvere e le ragnatele, si rivelano atmosfere irripetibili: architetture gotiche o esotiche, dettagli dimenticati, paesaggi di pietra capaci di raccontare più di molti musei. A completare il quadro intervengono spesso leggende e folklore locale con storie di fantasmi, spiriti inquieti e culti ormai scomparsi.

Forse è per questo che, quando mi trovo in un luogo sconosciuto, cerco sempre se nei dintorni esiste un cimitero da visitare — meglio ancora se antico e in stato di abbandono. Non si tratta di tafofilia, cioè di un’attrazione morbosa verso tombe e morte, ma di curiosità per il passato, incarnato in uno spazio profondamente simbolico per la vita di una società.

Cimitero della comunità cinese d'oltremare a Luang Prabang, antica capitale del Laos
Cimitero Cinese nei dintorni di Luang Prabang – Laos 2017

Caucciù e stelle di Natale

In una radura della foresta, poco distante da un piccolo insediamento, ho scoperto uno dei cimiteri più suggestivi che mi sia capitato di visitare. Lungo il fiume Madre de Dios, nell’Amazzonia boliviana, un’improvvisa esplosione di rosso – un fitto intreccio di stelle di Natale – segnalava l’ultima dimora di alcuni raccoglitori di caucciù.

Un piccolo camposanto lungo il Madre de Dios, segnato dal rosso intenso delle stelle di Natale.
Stelle di Natale nel camposanto nella foresta lungo il Madre de Dios – Bolivia 1982

La stella di Natale, il cui nome botanico è poinsettia, è originaria del Messico. In gran parte dell’America tropicale e subtropicale è una presenza familiare, non solo come pianta ornamentale ma anche come simbolo. Il suo uso rituale nasce dall’intreccio tra cristianesimo, cicli naturali e pratiche locali.

Nei cimiteri e nei luoghi sacri questa pianta viene scelta per il suo potente linguaggio simbolico: il rosso intenso richiama il sangue e la vita, il sacrificio di Cristo ma anche la forza vitale degli antenati; le foglie disposte a stella rimandano alla stella di Betlemme e al Natale inteso come nascita e rinascita; la fioritura, che coincide con il periodo natalizio, trasforma la pianta in un segno naturale del tempo sacro.

Non si tratta dunque di una semplice decorazione, ma di un gesto carico di significato. In quel contesto, la stella di Natale non parla di festa: afferma che la vita non si interrompe, ma cambia forma.

Quel piccolo camposanto amazzonico incarnava esattamente questo concetto. Era un luogo di dialogo silenzioso tra vivi e morti, mediato dalle piante, dal colore e dal ritmo del tempo sacro. Una tradizione semplice, ma profondamente radicata nel modo latinoamericano – e amazzonico – di custodire la memoria.

Il cimitero perduto

La piccola necropoli ebraica di Yeghegis è un segreto custodito lungo una delle antiche vie della seta.

Le tombe medievali di Yeghegis, unica traccia di una comunità ebraica dimenticata.
Sepolcri del cimitero ebraico di Yeghegis – Armenia 2025

Le iscrizioni incise sulle pietre tombali, risalenti al XIII-XIV secolo, testimoniano l’esistenza di una comunità ebraica medievale nel cuore dell’Armenia.

Scoperto solo nel 1996, questo antico cimitero ha rivelato una presenza che si riteneva inesistente in questo periodo storico.

Le fonti parlano infatti di comunità israelitiche nel territorio armeno tra il primo e il quinto secolo, poi il silenzio. Non sappiamo da dove provenissero questi ebrei medievali, né quale sia stato il destino della loro comunità.

Le lapidi di Yeghegis sono ciò che rimane di una comunità ebraica medievali dimenticata.
Cimitero ebraico di Yeghegis – Armenia 2025

Per questo Yeghegis può essere definito a pieno titolo un “cimitero misterioso”. Passeggiando tra le antiche tombe di granito, isolate e silenziose, è facile lasciare spazio alla immaginazione e costruire storie possibili su queste persone che non hanno lasciato altra traccia della loro esistenza se non queste pietre, consumate dal tempo e dall’oblio.

L’allegro cimitero

Nella regione del Maramureș, al confine tra Romania e Ucraina, nella cittadina di Săpânța, sorge un cimitero monumentale così singolare e noto da meritare un posto a pieno titolo in questa selezione.

Le croci azzurre del Cimitirul Vesel, cimitero allegro di Săpânța, raccontano la vita con ironia e colore.
Il “Cimitero allegro”, le lapidi dipinte di blu descrivono la personalità e la vita dei defunti – Romania 2017

Il Cimitirul Vesel, il “cimitero allegro”, è celebre per le sue lapidi in legno dipinte di un azzurro intenso e vivace.

“Allegro” non per superficialità, ma perché qui si rovescia la prospettiva tradizionale della morte, privilegiando una visione che pone al centro la comunità e la vita vissuta. Le iscrizioni e le immagini raccontano i defunti attraverso la quotidianità: il lavoro, le passioni, i vizi e le virtù, spesso con un tono ironico, diretto e sorprendentemente umano.

Le croci dipinte di blu con iscrizioni ironiche nel cimitero di Săpânța in Romania.
Il “Cimitero allegro”, le lapidi dipinte di blu descrivono la personalità e la vita dei defunti – Romania 2017

Tutto ebbe inizio nel 1934, quando l’artista locale Stan Ioan Pătraș cominciò a realizzare queste croci dipinte, arrivando persino a preparare la propria. Questo atteggiamento apparentemente dissacrante affonda le radici nelle credenze degli antichi Daci, secondo cui l’anima è immortale e la morte rappresenta un passaggio gioioso, non una fine definitiva.

Una visione arcaica che, filtrata dall’arte popolare, rende il Cimitirul Vesel un luogo unico nel panorama europeo: più che un cimitero un museo a cielo aperto della memoria condivisa.

Caratteristiche croci nel cimitero della chiesa di San Nicola a Maramures.
Tomba del 1886 nei dintorni della chiesa di S.Nicola a Budesti Josani – Romania 2017

La religione della Coca-Cola

San Juan Chamula è un villaggio di coltivatori tzotzil nei dintorni di San Cristóbal de las Casas, celebre per i suoi riti di sincretismo religioso. La chiesa, circondata dal cimitero, è il cuore della religiosità popolare: uno spazio in cui la cultura indigena si manifesta con forza, anche nelle sepolture, spesso segnate da croci colorate anzichè da lapidi tradizionali.

Croci colorate nel cimitero indio di San Juan Chamula in Chiapas.
Il cimitero della chiesa di San Juan Chamula Chiapas – Messico 1989

I fedeli si affidano a un curador o a una curadora, figure assimilabili a sciamani, che li guidano nella preghiera e nei rituali. Quando ci si sente oppressi dai problemi, colpiti dalla sfortuna o dalla malattia, si ricorre a cerimonie che prevedono l’uso di candele, sacrifici animali e, in modo sorprendente, un impiego massiccio di bottiglie di Coca-Cola. Secondo una credenza diffusa, infatti, la bevanda avrebbe poteri curativi: il rutto provocato dalle bollicine sarebbe in grado di espellere gli spiriti maligni dal corpo.

A causa di queste pratiche, San Juan Chamula detiene uno dei primati più singolari al mondo: un consumo di Coca-Cola che supera i due litri pro capite al giorno, arrivando in alcuni casi a essere più accessibile dell’acqua potabile stessa. Un esempio estremo di come tradizione, spiritualità e modernità possano fondersi in forme inattese.

La guarnigione silenziosa dell’Impero

A soli tre chilometri dalla stazione ferroviaria di Kandy, il Kandy Garrison Cemetery è un frammento toccante di storia coloniale. Fu fondato nel 1817, quando i britannici — attratti dal commercio delle spezie — scacciarono gli olandesi e consolidarono il loro dominio su quella che chiamarono isola di Ceylon.

La tomba di un funzionario della ceylon Railway al Kandy Garrison Cemetery – Sri Lanka 2014

Questo piccolo e malinconico cimitero coloniale custodisce circa duecento tombe appartenenti a membri della guarnigione e ad altri residenti europei, morti durante la loro permanenza nello Sri Lanka. Tra erba alta e lapidi consumate dal tempo, emergono nomi, gradi militari e brevi epitaffi che restituiscono frammenti di vite spezzate lontano da casa.

Il cimitero della guarnigione inglese a Kandy, Sri Lanka. Lapidi coloniali nel Kandy Garrison Cemetery in Sri Lanka. Le tombe della guarnigione britannica raccontano una giovinezza spezzata lontano da casa.
Lapide commemorativa di un agricoltore scozzese morto nel 1859 al Kandy Garrison Cemetery – Sri Lanka 2014

Le pietre raccontano soprattutto una storia di giovinezza interrotta: uomini, donne e bambini strappati alla vita dalle malattie tropicali e da un clima ostile, più letale di qualsiasi battaglia. Una guarnigione ormai silenziosa, che continua a vegliare su Kandy come una discreta e dimenticata sentinella dell’Impero.

Il silenzio degli Yazidi

Non molto distante da Erevan, il villaggio di Rya Taza custodisce uno dei luoghi funerari più enigmatici del Caucaso: un antico cimitero yazida che racconta una storia di migrazioni, resistenza e identità silenziosamente preservata.

Stele funerarie yazide tra pietra e paesaggio: una memoria che resiste. Cimitero yazida di Rya Taza in Armenia.
Stele funeraria yazida a forma di cavallo nel cimitero di Rya Taza – Armenia 2025

La comunità yazida è giunta in Armenia tra il Medioevo e l’età moderna, in seguito a ondate migratorie dall’Anatolia e dall’Alta Mesopotamia. Qui trovò un territorio relativamente sicuro, dove mantenere lingua, riti e tradizioni di una religione millenaria. Il cimitero di Rya Taza è una delle poche tracce materiali di questa continuità: un luogo discreto, spesso ignorato, ma carico di simboli.

Le sepolture si distinguono immediatamente da quelle cristiane o islamiche circostanti. Le tombe sono semplici, spesso segnate da stele in pietra grezza, talvolta decorate con incisioni zoomorfe — cavalli, uccelli, figure stilizzate — che rimandano a un immaginario arcaico. Non si tratta di decorazioni casuali: il cavallo, in particolare, richiama il viaggio dell’anima e l’onore del defunto, mentre gli animali fungono da mediatori simbolici tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. Passeggiando tra le tombe, colpisce l’assenza di monumentalità. La sacralità del luogo non è affidata alla grandiosità, ma al rispetto delle regole rituali e alla continuità della tradizione. Anche l’orientamento delle sepolture e la scelta dei materiali rispondono a un codice religioso preciso, tramandato oralmente.

A Rya Taza il cimitero yazida è conservato dalla comunità locale.
Il cimitero yazida di Rya Taza. La comunità si occupa della conservazione – Armenia 2025

Il cimitero di Rya Taza può essere definito a pieno titolo un cimitero misterioso: non per leggende di fantasmi o eventi soprannaturali, ma per ciò che non sappiamo. Le storie individuali sono perdute, i passaggi generazionali spezzati da persecuzioni ed esodi. Eppure, proprio in questo silenzio, il luogo acquista forza.

È un cimitero che non chiede di essere compreso fino in fondo, ma osservato con rispetto. Un confine sottile tra visibile e invisibile, dove la memoria non si affida alle parole, bensì alla pietra, al paesaggio e alla persistenza di una cultura che ha scelto, per secoli, di non scomparire.

L’esercito di pietra di Noratus

Campo di khachkar nel cimitero di Noratus, vicino al lago Sevan in Armenia, con croci di pietra scolpite e montagne sullo sfondo
Campo di khachkar nel cimitero di Noratus vicino al lago Sevan – Armenia 2025

Un piccolo villaggio sulla sponda occidentale del lago Sevan custodisce un’eredità sorprendente, fatta di storie leggendarie e di una memoria scolpita nella pietra. Qui si trova uno dei cimiteri più straordinari dell’Armenia e la più grande concentrazione di khachkar, le celebri croci di pietra finemente intagliate che rappresentano uno dei simboli più profondi della cultura armena.

Secondo la tradizione, il villaggio di Noratus sarebbe stato fondato oltre quattromila anni fa da Gegham, nipote del leggendario Hayk, il capostipite del popolo armeno. La sua storia si intreccia così con le origini mitiche dell’Armenia stessa. Ma è soprattutto il cimitero a rendere Noratus un luogo unico: un campo impressionante di stele scolpite, dove centinaia di khachkar si ergono come sentinelle silenziose, ciascuna portatrice di simboli, date e storie che il tempo ha in parte cancellato.

Lapide del cimitero di Noratus in Armenia con incisione raffigurante un matrimonio finito in tragedia
La lapide raffigura un tragico matrimonio finito con l’assasinio degli sposi assieme a tutti i loro invitati. Cimitero di Noratus – Armenia 2024

Attorno a questo luogo aleggia anche una leggenda che ne accresce il fascino. Si racconta che il cimitero abbia salvato Noratus da una distruzione imminente. Quando Tamerlano e il suo esercito avanzavano lungo le rive del Sevan, gli abitanti del villaggio avrebbero vestito i khachkar con elmi e spade. Visti da lontano, i monoliti trasformati in figure armate diedero l’illusione di un grande esercito pronto alla battaglia. Ingannato da quella visione e riluttante a correre rischi, Tamerlano avrebbe ordinato la ritirata.

Che sia storia o mito, il cimitero di Noratus continua a trasmettere la stessa sensazione: quella di un luogo in cui la pietra non conserva soltanto la memoria dei morti, ma diventa strumento di sopravvivenza, identità e resistenza.

Un cimitero davanti alla spiaggia a Nilaveli, isola di Sri Lanka
Tombe in prossimità della spiaggia a Nilaveli – Sri Lanka 2014

Tombe di vento e silenzio

I cimiteri islamici si distinguono ovunque per la loro sobrietà, ma pochi raggiungono l’essenzialità assoluta dei piccoli cimiteri perduti tra le rocce del deserto del Sahara. Qui la sepoltura si confonde con il paesaggio: pietra, sabbia e silenzio diventano parte integrante del rito.

Sepoltura islamica nel Tassili n’Ajjer, legata alle antiche carovane del Sahara
Tomba islamica nel Tassili n’Ajjer, forse un componente di una carovana – Algeria 2005

La tradizione islamica ortodossa prescrive tombe semplici, livellate al suolo, per evitare ogni forma di ostentazione. Nel Maghreb, per segnalarle, si utilizzano spesso vasi, ciottoli o frammenti di ceramica, disposti a delineare il perimetro della sepoltura e a renderla riconoscibile. I nomi e le storie di chi è stato vinto dalla malattia, dalla sete o da una morte violenta — arabi o tuareg — si sono perduti, portati via dal vento come la sabbia del deserto.

Durante il funerale è consuetudine rompere intenzionalmente un piatto o un vaso, oppure lasciarlo spezzato sulla tomba. Il gesto simboleggia la fine del legame terreno: l’oggetto che ha accompagnato il defunto nella vita quotidiana non ha più funzione, così come il corpo fisico ha esaurito il suo compito.

Cimitero islamico nell’Hoggar con tombe orientate verso la Mecca, nel deserto algerino
Cimitero islamico nell’Hoggar, con le tombe rivolte verso la Mecca – Algeria 1980

Rompere l’oggetto serve a “liberare” lo spirito. La vita, per come era conosciuta, è andata in frantumi e non può essere ricomposta. I cocci assumono anche una funzione protettiva: tengono lontani gli spiriti maligni, i jinn, e chiudono simbolicamente la tomba, affinché il morto non torni tra i vivi in modo inquietante. Un gesto semplice, quasi invisibile, che racchiude un profondo equilibrio tra rispetto, paura e accettazione della morte.

La fede delle “mala muerte”

Viaggiando lungo le strade o visitando i cimiteri del Sud America è piuttosto facile imbattersi in piccole edicole votive o addirittura in minuscole “casette” che custodiscono il ricordo di vite spezzate, spesso giovani, stroncate da una morte tragica o violenta.

omba di Carmencita, animita nel cimitero della Recoleta a Santiago del Cile, con ex voto e offerte votive
Tomba di Carmencita, animita nel cimitero della Recoleta a Santiago del Cile – Cile 2024

Si tratta di una forma di religiosità popolare molto diffusa, soprattutto in Cile. Queste strutture, chiamate animitas, spesso dipinte con colori vivaci e illuminate da candele, funzionano come piccoli santuari spontanei, dove i fedeli lasciano offerte, preghiere ed ex voto per chiedere intercessioni, protezione, grazie e miracoli.

Una funzione simile è svolta anche da alcune tombe nei cimiteri, in particolare quelle di bambini o di persone morte in circostanze considerate “innocenti”. Nei camposanti sudamericani questi sepolcri diventano talvolta veri e propri luoghi di pellegrinaggio silenzioso.

Nel cimitero di Punta Arenas, ad esempio, si trova la tomba di un indigeno kawésqar, ritrovato morto sul luogo di un fatto di sangue, su un’isola remota. Di lui non si conosceva il nome né la storia. Eppure, con il tempo, la popolazione locale ha iniziato a rivolgersi a questo sconosciuto con affetto e speranza, trasformando la sua sepoltura in un piccolo santuario colmo di ex voto.

Animita nel cimitero di Punta Arenas dedicata a Indiecito, indigeno sconosciuto della Patagonia, con ex voto e offerte votive
Animita del cimitero di Punta Arenas dedicata a Indiecito, indios ignoto della Patagonia – Cile 2024

Ma perché proprio questi defunti dovrebbero possedere il potere di concedere grazie? Nella credenza popolare, le anime di chi è morto in “mala muerte” — per incidente, omicidio o destino improvviso — resterebbero in qualche modo legate al luogo della morte. Questa condizione liminale le porrebbe in una posizione speciale, a metà tra il mondo dei vivi e quello dei morti, rendendole mediatori privilegiati tra i fedeli e il divino. Una spiritualità fatta di dolore, compassione e speranza, che trasforma la tragedia in un fragile ponte verso il sacro.

Se ti interessa l’argomento puoi vedere: La Recoleta – La ciudad de los muertos e L’isola dei morti del Baker – Una tragedia operaia

Tassili, dove scorrevano i fiumi

Cartografie del tempo

Il Tassili n’Ajjer conserva le traccie di un Sahara antico: fiumi scomparsi, pascoli verdi e migliaia di pitture rupestri. Un viaggio nel tempo inciso nella roccia.

Tassili, nella lingua berbera dei Tuareg del Sahara centrale, significa altopiano dei fiumi”.

Un nome che oggi suona come un enigma.

Dove sono i fiumi del Sahara, di questo deserto vasto quanto un continente?

Altopiano roccioso del Tassili n’Ajjer, con canyon di arenaria erosi dal tempo sotto il cielo del Sahara algerino.
Tassili n’Ajjer

Sono scomparsi, ma non del tutto. Hanno lasciato segni: incisioni nel suolo, vene fossili. Gli uadi, letti asciutti di corsi d’acqua antichi, tracciano ancora una rete invisibile a terra e chiarissima dal cielo. Come se il paesaggio conservasse memoria di sé, anche dopo l’oblio.

Formazione di arenaria nel Tassili modellata dall’erosione, traccia geologica di un antico paesaggio fluviale sahariano.
Tassili n’Ajjer

Ci fu un tempo in cui qui c’erano pascoli verdi. Un tempo in cui il Sahara era attraversato da mandrie di bovini, da uomini in movimento, da stagioni riconoscibili. La sabbia non era dominio assoluto, ma una possibilità tra le altre. Poi il clima cambiò, lentamente, senza fratture apparenti, trasformando l’umido in arido, il verde in giallo, l’acqua in assenza.

Henri Lhote dedicò la vita a inseguire queste tracce.

Pittura rupestre neolitica del Tassili raffigurante una figura umana in movimento, testimonianza di un Sahara abitato e fertile.
Jabbaren – Algeria 2005

Non solo come studioso, ma come uomo disposto a perdersi. Attraversò il Sahara per giorni interminabili, in sella a un cammello, accompagnato dalla guida tuareg Djebrine-ag-Mohammed. Smentì l’antica leggenda di un mare quaternario al centro dell’Africa del Nord e raccolse, una dopo l’altra, le testimonianze di un passato che il deserto non aveva cancellato, ma soltanto nascosto.

Incisioni rupestri nel massiccio di Sefar, Tassili n’Ajjer, con figure antropomorfe incise nella roccia.
Il grande dio di Sefar. Periodo decadente delle teste rotonde – Algeria 2005

Era esploratore e scienziato.

Ma soprattutto era un uomo attratto da ciò che resiste al tempo. Portò alla luce siti archeologici che non chiedevano di essere spiegati, ma ascoltati.

A Jabbaren, uno dei tanti piccoli massicci che emergono dall’altopiano del Tassili, studiò un complesso di grotte che custodisce migliaia di pitture rupestri. Almeno cinquemila figure.

Pitture rupestri del Tassili con uomini e animali, scena di vita quotidiana in un Sahara neolitico verde e popolato.
Uomini con cammelli -Titer’ As n Elias – Algeria 2005


Uomini, animali, gesti. Elefanti, giraffe, leoni. Scene di vita quotidiana che raccontano un Sahara neolitico fertile e abitato. Un museo senza pareti, in cui il paesaggio stesso è archivio. Qui il tempo non è una linea, ma una sovrapposizione.

Il Tassili mostra ciò che il deserto è stato. E ciò che potrebbe essere di nuovo, in un altro ciclo del mondo.

Pinnacoli di arenaria del Tassili n’Ajjer, colonne naturali scolpite dal tempo nel deserto del Sahara.

“Il massiccio di Sefar non era mai stato visitato da nessun europeo”, scrive Lhote (1). Racconta di canyon profondissimi, di gole strette, di colonne di arenaria gigantesche. Di terrazze sospese come cittadelle, con piazze e viali scolpiti nella roccia. In alcuni punti , dice, la pietra ricorda Angkor o la cattedrale di Reims ferita dai bombardamenti.

E davanti a quei giganti, l’uomo riscopre la propria misura: piccola, provvisoria.

Il deserto è una clessidra immobile.

Figura umana davanti alle pareti rocciose del Tassili, a confronto con la scala monumentale del deserto.
Tassili n’Ajjer

Non serve a misurare il tempo, perché nel deserto il tempo non scorre: si deposita. Tutto sembra eterno, e invece tutto è cambiato. L’unica vera continuità non è il paesaggio, ma l’essere umano. La sua capacità di adattarsi. Di leggere i segni. Di abitare mondi diversi.

È un’eredità antica.

La stessa che ci lega, ancora oggi, a quei pastori neolitici che camminavano dove ora c’è solo silenzio.

Fuoco acceso nel deserto del Sahara durante la notte, gesto antico di sopravvivenza e continuità umana.

(1) Alla scoperta del Tassili – Il Saggiatore 1959

Altri post di Cartografie del tempo qui

Angkor, foresta di templi

Cartografie del tempo

Questo articolo inaugura Cartografie del tempo, una rubrica che intreccia immagini del presente e voci del passato per osservare i luoghi come depositi di memoria. Angkor Wat, più di molti altri, è un luogo in cui i tempo non è mai rimasto immobile.

Angkor non è un luogo da attraversare, ma un tempo che riemerge. La pietra emerge dalla foresta come una memoria che non ha mai smesso di respirare, avvolta dall’umidità, dalle radici, dal tempo. Qui lo sguardo non cerca una scoperta, ma un ascolto.

Corridoio in pietra di un tempio di Angkor, con porte allineate in profondità e un altare centrale illuminato dalla luce naturale.
Angkor, corridoio interno del tempio.
Una sequenza di soglie che conduce al centro, come un ascolto che si approfondisce passo dopo passo.

«Ai lati delle strade rialzate, su ciascun lato, si ergono cinquantaquattro divinità che assomigliano a signori della guerra in pietra, enormi e terrificanti. Tutte e cinque le porte sono simili. I parapetti delle strade rialzate sono di pietra solida, scolpiti a rappresentare serpenti a nove teste. Le cinquantaquattro divinità afferrano i serpenti con le mani, apparentemente per impedirne la fuga. Sopra ogni porta sono raggruppate cinque gigantesche teste di Buddha: quattro rivolte verso i quattro punti cardinali, mentre la quinta, brillante d’oro, occupa una posizione centrale. Su ciascun lato delle porte vi sono elefanti scolpiti nella pietra».

Così, nel 1296, il cinese Zhou Daguan (Chou Ta-kuan), al seguito di un’ambasceria inviata dall’imperatore della dinastia Yuan, descriveva Angkor, capitale del regno khmer.

Scultura in pietra raffigurante una divinità o figura femminile in un tempio di Angkor, vista attraverso una sequenza di colonne e cornici, immersa nella penombra.
Angkor, figura scolpita lungo una galleria interna.
Presenze silenziose che abitano ancora la pietra, anche quando la capitale non esiste più.

Secoli dopo, nel 1858, il naturalista francese Henri Mouhot, in viaggio di studio sulla botanica della regione indocinese, si imbatté nelle rovine di Angkor. La pubblicazione delle sue lettere lo rese rapidamente celebre, fino a consacrarlo, nell’immaginario europeo, come lo “scopritore di Angkor”. Mouhot, tuttavia, non poté godere a lungo della notorietà: morì di malaria nella giungla del Laos pochi anni dopo. I suoi racconti contribuirono però a generare quella vera e propria Angkormania che culminò nei fasti del padiglione cambogiano all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Corridoio in pietra di un tempio di Angkor, con porte allineate in profondità e un altare centrale illuminato dalla luce naturale.
Angkor, tempio inglobato dalle radici di un albero.
La pietra non viene distrutta: viene abitata. Qui la natura non cancella, continua.

L’entusiasmo suscitato dallo “scopritore” di Angkor infastidì non pochi osservatori, tra cui il missionario Charles-Émile Bouillevaux, che aveva visitato Angkor alcuni anni prima di Mouhot. In realtà, Angkor non fu mai ritrovata, per la semplice ragione che la città non era mai stata né perduta né dimenticata.

Grande volto in pietra scolpito su una torre del tempio Bayon ad Angkor, con espressione serena, circondato dalla vegetazione.
Angkor, volto scolpito su una torre del Bayon.
Non guarda il passato: veglia sul tempo.

Questa vicenda dovrebbe far riflettere sulla vanità di certe espressioni che ricorrono spesso nei racconti di viaggio: luoghi mai conosciuti prima, terre mai calpestate da piede umano, e tutta la consueta parafernalia del genere. Chi ha davvero “scoperto” il continente americano? Cristoforo Colombo, il vichingo Leif Erikson, o forse i paleo-eschimesi?

Parete di un tempio di Angkor ricoperta da bassorilievi raffiguranti numerose figure sedute e scene rituali scolpite nella pietra.
Angkor, bassorilievi con figure sedute lungo una galleria templare.
La storia non è un episodio: è una superficie incisa, fatta di presenze che si accumulano.

Forse ciò che dovrebbe contare non è l’atto della scoperta, ma la connessione che si crea tra l’opera umana, il tempo e lo sguardo di chi osserva.

Angkor non ha bisogno di essere scoperta.

È sempre stata lì, abitata, attraversata, ricordata, anche quando l’Occidente credeva di averla dimenticata. Ciò che cambia, semmai, è lo sguardo: ogni epoca proietta sui luoghi le proprie domande, le proprie ossessioni, le proprie illusioni di novità.

Viaggiare, allora, non significa rivendicare una primogenitura, ma accettare di entrare in una storia già iniziata, riconoscendo che ogni luogo è più antico di chi lo guarda.

Foto di Angkor – Cambogia 2005

Il tempio di Seokbulsa a Busan: il Buddha di pietra tra natura e spiritualità

Questa volta voglio raccontarvi uno dei luoghi che più mi hanno emozionato durante il mio viaggio in Corea del Sud: il tempio di Seokbulsa, noto anche come “Tempio del Buddha di pietra”. Situato nei pressi di Busan, è considerato una delle mete più suggestive della città e una straordinaria testimonianza dell’arte buddhista moderna, celebre per le sue 29 grandi statue scolpite direttamente nella roccia.

Vista del tempio di Seokbulsa immerso nel paesaggio montano di Busan, Corea del Sud.
Seokbulsa – Corea 2024

Un paesaggio pensato per l’elevazione spirituale

Il tempio sorge in un’area silenziosa alle pendici del monte Geumjeongsan, sfruttando una naturale conformazione del terreno che, incuneandosi verso l’alto, sembra guidare lo sguardo — e simbolicamente lo spirito — in un percorso di progressiva elevazione.

Tempietto della campana del tempio di Seokbulsa, utilizzata nei rituali buddhisti tradizionali.
Tempietto della campana – Seokbulsa 2024

A rafforzare questa sensazione contribuisce una sorta di corteo sacro di immagini di Buddha, bodhisattva e altre figure del pantheon buddhista, scolpite lungo le pareti rocciose e capaci di creare un insieme scenografico di forte intensità evocativa.

Santuario del tempio di Seokbulsa con statue scolpite nella roccia lungo la parete naturale.
Santuario di Seokbulsa – Corea 2024

Buddhismo e sciamanesimo: un incontro antico

Quando il buddhismo Mahāyāna fu introdotto ufficialmente in Corea dalla Cina nel 372 d.C., circa ottocento anni dopo la morte del Buddha storico, la religione indigena dominante era lo sciamanesimo. Poiché il buddhismo non venne percepito come in contrasto con i culti tradizionali della natura, le due tradizioni poterono convivere e, nel tempo, intrecciarsi profondamente.

Statua del Buddha scolpita nella roccia del tempio di Seokbulsa, a Busan.
Buddha – Seokbulsa – Corea 2024

I nuovi templi sorsero così sulle montagne, da sempre considerate dimora degli spiriti, mentre il buddhismo coreano assimilò alcune delle credenze, dei simboli e delle pratiche più significative dello sciamanesimo locale, dando origine a una spiritualità originale e profondamente radicata nel paesaggio.

Beomjong, la grande campana rituale del tempio di Seokbulsa, simbolo della liberazione degli esseri sofferenti.
Beomjong, grande campana il cui suono aiuta la liberazione degli esseri dall’inferno – Seokbulsa – Corea 2024

La fondazione di Seokbulsa e l’“Eremo del Paravento”

Il tempio di Seokbulsa fu costruito intorno al 1930 — o, secondo alcune fonti, già nel 1927 — dal monaco Jo Ilhyeon, durante il periodo dell’occupazione coloniale giapponese della Corea (1910–1945). Jo Ilhyeon è ricordato come fondatore di piccoli eremi, tra cui quello di Seokbulsa, inizialmente chiamato Byeongpungam Hermitage, ovvero Eremo del Paravento.

Gruppo di statue del pantheon buddhista in una piccola grotta del tempio di Seokbulsa.
Il pantheon buddhista in una piccola grotta – Seokbulsa – Corea 2024

Il nome deriva dalla particolare conformazione naturale del luogo, simile a un paravento pieghevole: una struttura a cuneo che accompagna il visitatore verso la parte più preziosa del complesso, la grotta che custodisce il Buddha di pietra, cuore simbolico e spirituale dell’intero sito.

Figure scolpite nella roccia raffiguranti Birojana-bul e due Re Celesti nel tempio di Seokbulsa.
Da sx Birojana-bul, Il Buddha dell’energia cosmica, Damun-cheonwang, Re celeste del Nord e Gwangmok-cheonwang. Re celeste dell’Ovest – Seokbulsa – Corea 2024

Il buddhismo coreano durante l’occupazione giapponese

L’occupazione giapponese della Corea segnò profondamente la vita del Paese e lasciò ferite ancora percepibili, anche nel mondo religioso. Il buddhismo, che per secoli aveva trovato rifugio tra le montagne e nei luoghi più appartati, fu costretto a confrontarsi con un sistema di regole imposto dall’amministrazione coloniale, spesso estraneo alla sua tradizione.

Statua di Seokgamoni-bul affiancata dai Nahan, i discepoli del Buddha, nel tempio di Seokbulsa.
Seokgamoni-bul, il Buddha storico affiancato dai Nahan, discepoli – Seokbulsa – Corea 2024

Ai buddhisti giapponesi venne concesso di svolgere attività di proselitismo nelle città, ponendo fine a un antico divieto — durato circa cinquecento anni — che aveva tenuto monaci e monache lontani dai centri urbani. In quegli stessi anni nacquero nuove correnti religiose, mentre la presenza sempre più visibile dei missionari cristiani contribuì a rendere il panorama spirituale coreano più complesso e frammentato.

Rappresentazione del Buddha storico Shakyamuni scolpita nella roccia a Seokbulsa.
Seokgamoni-bul, il Buddha storico Shakyamuni – Seokbulsa – Corea 2024

Uno degli elementi di maggiore frattura fu l’introduzione dell’usanza, tipica del buddhismo giapponese, che permetteva ai sacerdoti di sposarsi. Questa pratica entrava in aperto contrasto con la disciplina monastica coreana, tradizionalmente fondata sul celibato. Le autorità coloniali favorirono tale modello, arrivando a nominare direttamente gli abati dei templi e a trasferire in Giappone numerose opere d’arte buddhiste, molte delle quali non sono ancora rientrate in Corea.

Grotta con numerose figure buddhiste scolpite nella roccia, nota come Grotta dei Mille Buddha a Seokbulsa.
Grotta dei mille Buddha – Seokbulsa – Corea 2024

Dopo il 1945: fratture, conflitti e trasformazioni

Con la liberazione del 1945, il mondo buddhista coreano tentò di ricomporsi. Le autorità religiose cercarono di restituire i templi ai monaci celibi, dando però origine a lunghi e dolorosi conflitti interni. Le tensioni furono ulteriormente aggravate dagli interventi dei governi successivi, che finirono per indebolire ulteriormente il buddhismo, già provato da decenni di pressioni esterne.

Statue dei Nahan, discepoli del Buddha, scolpite nella parete rocciosa del tempio di Seokbulsa.
Nahan, discepoli del Buddha storico – Seokbulsa – Corea 2024

In questo clima di trasformazione, il buddhismo perse progressivamente terreno, mentre le missioni cristiane riuscirono a radicarsi con maggiore forza nella società sudcoreana. Oggi si stima che circa il 23% della popolazione della Corea del Sud si identifichi come buddhista: una percentuale che racconta non solo un cambiamento religioso, ma anche una lunga storia di adattamenti, fratture e resilienza.

Statua di Jeungjang-cheonwang, Re celeste del Sud, scolpita nella roccia del tempio di Seokbulsa.
Jeungjang-cheonwang Re celeste del Sud Re del vento favorisce la crescita delle radici, la sua arma la spada – Seokbulsa – Corea 2024

Le statue del tempio: un capolavoro scolpito nella roccia

All’interno del complesso si contano 29 statue buddhiste, che accompagnano il visitatore in un vero e proprio percorso simbolico. Tra queste si riconoscono i Quattro Re Guardiani, posti a protezione dell’ingresso, il Buddha Bhaisajyaguru e il Buddha Vairocana, scolpiti direttamente nella parete rocciosa, gli Otto Arhat e una statua del Buddha Śākyamuni.

Statua del bodhisattva Avalokiteśvara, simbolo di compassione, scolpita nella roccia a Seokbulsa.
Gwanseeum-bosal Bodhisattva della compassione, noto in sancrito come Avalokiteshvara – Seokbulsa Corea 2024

Particolarmente toccante è il volto dal sorriso pacato del bodhisattva Avalokiteśvara, incarnazione della compassione universale e protettore di tutti gli esseri sofferenti: una presenza silenziosa che sembra accompagnare il visitatore lungo tutto il cammino.

Gruppo di statue buddhiste raffiguranti Yaksayeorae-bul e due Re Celesti nel tempio di Seokbulsa.
Da sx Yaksayeorae-bul, Buddha del paradiso orientale, Jiguk-cheonwang, Re dell’Est, Jeungjang-cheonwang, Re del Sud – Seokbulsa – Corea 2024

Il Buddha Maitreya e il valore artistico del complesso

Tra le opere più celebri spicca anche la raffinata rappresentazione del Buddha Maitreya, considerata uno dei vertici artistici dell’intero complesso. La qualità dell’intaglio, l’equilibrio delle proporzioni e l’armonia con la roccia naturale fanno del tempio di Seokbulsa una sintesi particolarmente alta e suggestiva dell’arte buddhista coreana, capace di unire devozione, paesaggio e scultura in un’unica visione.

Grotta del tempio di Seokbulsa che custodisce la statua del Buddha Maitreya.
Grotta con la statua di Maitreya – Seokbulsa – Corea 2024
Statua del Buddha Maitreya, il Buddha del futuro, custodita in una grotta nel tempio di Seokbulsa.
Statua di Maitreya, il Buddha del futuro – Seokbulsa – Corea 2024

Un luogo di quiete sopra la città

Il Tempio di Seokbulsa gode di una posizione panoramica privilegiata, da cui si aprono splendute vedute sulla città di Busan. Il percorso che conduce al complesso, conosciuto come il “bel sentiero”, accompagna i visitatori in un’atmosfera di silenzio e raccoglimento, preparando lentamente all’incontro con il luogo sacro. Grazie alla sua collocazione appartata, il tempio rappresenta uno spazio ideale per chi desidera rallentare, meditare e ritrovare un senso di quiete lontano dal ritmo frenetico della città.

Vista panoramica sulla città di Busan osservata dal tempio di Seokbulsa.
Skyline di Busan – Seokbulsa – Corea 2024

Come raggiungere il tempio

Il tempio è raggiungibile dalla città di Busan prendendo la linea 3 della metropolitana fino alla fermata Mandeok. Da qui si prosegue a piedi lungo una stradina immersa nel bosco, costantemente in salita e con un tratto finale piuttosto ripido, che conduce direttamente al complesso templare.

Sala principale a due piani del tempio di Seokbulsa, immersa nel paesaggio montano.
La sala principale di due piani al Tempio di Seokbulsa – Corea 2024

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Huashan: la montagna sacra della Cina tra miti, templi e sentieri vertiginosi

Picco granitico del Monte Huashan con pareti verticali striate e vegetazione rada, montagne lontane immerse nella foschia.
Grande picco granitico isolato – Huashan Cina 2024

La pianura e il margine del sacro

Il Monte Huashan, una delle cinque montagne sacre della Cina è un luogo dove mito, spiritualità e vertigine si intrecciano lungo sentieri scavati nella roccia.

In Cina la vita è sempre scorsa in pianura. I grandi fiumi, i campi coltivati, le città: tutto si è sviluppato lontano dai picchi e dalle gole profonde. Le montagne, invece, sono rimaste ai margini dell’abitare umano. Non luoghi da conquistare, ma territori da osservare con rispetto, da sfiorare appena, come si fa con ciò che è intriso di mistero, potente e imprevedibile.

Le montagne del Huashan emergono dalla foschia come isole: un paesaggio che invita alla contemplazione più che alla conquista.
Catene montuose nella foschia – Huashan Cina 2024

Dimora di spiriti e soglia tra i mondi

Eppure, proprio per questo, il monte è diventato uno spazio sacro. Fin dall’antichità i cinesi lo hanno immaginato come dimora di spiriti e divinità, come il dorso emergente dei “draghi della terra” che scorrono invisibili sotto il paesaggio. Elevandosi verso il cielo, la montagna è stata percepita come un passaggio, una soglia: una rampa che permette agli esseri divini di salire e scendere, un varco tra il mondo umano e il Cielo.

Scalinata in granito scavata nella roccia del Monte Huashan, con catene di sicurezza e vegetazione montana ai lati.
Scalinata scavata nel duro granito – Huashan Cina 2024

Una natura viva e animata

Qui nulla è inerte. Le rocce respirano, le acque ascoltano, il vento parla. La natura è viva, animata, attraversata da una presenza costante che sfugge allo sguardo ma non alla percezione. Salire un monte significa entrare in questo spazio altro, accettando la fatica, l’incertezza, il rischio. È un cammino che mette alla prova il corpo e, insieme, lo spirito.

Panorama montano del Monte Huashan con vette immerse nella foschia, incorniciate da rami con foglie rosse autunnali.
Il Monte Hua si dissolve nella foschia – Huashan Cina 2024

Immortali, líng e ricerca interiore

Non è un caso che le montagne siano popolate, nei racconti, da immortali ed esseri sovrannaturali che evitano gli uomini e si nascondono nei luoghi più remoti. Raggiungerli richiede coraggio e perseveranza. Ancora oggi, per molti cinesi, arrivare in cima e tornare indietro indenni suscita un senso profondo di compimento, come se qualcosa fosse stato purificato o rinnovato. È la stessa tensione che muoveva un tempo i taoisti, quando si addentravano tra sentieri impervi alla ricerca dei líng: spiriti, divinità, maestri invisibili.

Ritratto storico in bianco e nero di un sacerdote taoista cinese seduto, con abiti tradizionali e copricapo.
Ritratto storico di sacerdote taoista

La soglia del monte: la shānmén

Il monte, però, non è uno spazio senza confini. Ogni luogo sacro deve essere delimitato, riconosciuto, attraversato con consapevolezza. Per questo esiste una soglia: la shānmén, la “porta del monte”. Varcarla significa entrare in un altro ordine delle cose. Anche il pellegrinaggio conserva questa idea di passaggio: si va al monte per offrire incenso, per stabilire un dialogo con ciò che vi dimora.

Due uomini all’interno di un tempio taoista sul Monte Huashan, intenti in un rituale davanti a un altare con incenso e statue lignee.
Nel silenzio dei templi il tempo sembra sospendersi: gesti antichi continuano a dare forma al sacro – Huashan Cina 2024

Il tempio come montagna

Sui pendii sorgono templi e monasteri che non si limitano a occupare lo spazio: lo riproducono simbolicamente. L’architettura segue la logica della montagna. Si sale gradualmente, attraversando cortili e padiglioni, come lungo un sentiero che si inerpica. Le pagode diventano picchi, i camminamenti crinali, gli spazi vuoti valli silenziose. L’ingresso stesso del complesso si chiama ancora shānmén, perché il tempio è il monte.

Scalinata in pietra che conduce a un portale decorato di un tempio sul Monte Huashan, con nastri rossi e vegetazione ai lati.
Scalinata verso il portale del tempio – Huashan Cina 2024

Ascesa e ritorno

La parte più sacra si trova quasi sempre in alto, su una piattaforma elevata, come il cuore della montagna. Poi si ridiscende, lentamente, attraversando le sale posteriori, come se il percorso spirituale avesse bisogno anche di una fase di ritorno, di reintegrazione.

Bruciaprofumi in bronzo con leone guardiano davanti a una scalinata di tempio sul Monte Huashan, decorazioni tradizionali e nastri rossi sullo sfondo.
Brucia incenso con leone guardiano – Huashan Cina 2024

Montagne e libertà spirituale

Lontano dalle città, questi luoghi hanno goduto di una libertà rara. Il controllo delle autorità si faceva più debole, e le comunità religiose potevano vivere con maggiore autonomia. Non sorprende che i grandi pellegrinaggi si siano concentrati proprio qui, sulle montagne, ai margini del mondo abitato.

Statua di divinità taoista su altare decorato con fiori, incenso e candele all’interno di un tempio del Monte Huashan.
Statua e altare taoista – Huashan Cina 2024

Le mappe invisibili dei monti

I taoisti parlavano di “mappe dei monti”: non mappe per orientarsi nello spazio fisico, ma tracciati invisibili, capaci di guidare l’adepto senza ferirlo, di proteggerlo e di metterlo in contatto con i poteri nascosti del luogo. Camminare sul monte, seguendo queste mappe, significava trasformarsi.

Ingresso di un tempio sul Monte Huashan con lanterne rosse, fedeli in preghiera e decorazioni tradizionali cinesi.
Ingresso del tempio con lanterne rosse – Huashan Cina 2024

Salire come esercizio interiore

Ancora oggi, salire una montagna in Cina non è mai solo un’escursione. È un percorso fatto di soglie, stazioni, pause. Un cammino che insegna a rallentare, a osservare, ad ascoltare. Come se, passo dopo passo, non si stesse salendo verso una vetta, ma scendendo dentro se stessi.

Cresta granitica del Monte Huashan con sentiero attrezzato, turisti in cammino e nastri rossi di preghiera lungo le ringhiere, montagne scoscese sullo sfondo.
Cresta granitica con folla e nastri rossi – Huashan Cina 2024

Il Monte Hua

Il Monte Splendente

Il Monte Hua, cioè il Monte Splendente, si innalza nel cuore della Cina, nella provincia dello Shaanxi, a poca distanza dall’antica Xi’an, culla di imperi e di vie millenarie. È una delle Cinque Grandi Montagne Sacre, luoghi dove la terra sembra tendere la mano al cielo.

Pannello informativo con mappa panoramica del Monte Huashan, indicazione delle cinque vette, dei sentieri e dei principali templi. La mappa restituisce ordine a ciò che, dal vivo, appare smisurato. Cinque vette, sentieri, templi: una geografia sacra.
Mappa panoramica del Monte Huashan – Huashan Cina 2024
Le iscrizioni colorate emergono dal granito come segni antichi. La cresta diventa una soglia, un punto di equilibrio tra cielo e abisso.
Cresta con iscrizioni rosa sulla roccia – Huashan Cina 2024

Geografia sacra e verticalità

Qui la roccia è aspra e verticale, e le cinque vette – orientate secondo le direzioni cardinali cinesi: est, sud, ovest, nord e centro – disegnano una geografia simbolica prima ancora che fisica. Tra creste taglienti e pareti nude sorgono templi e monasteri, sospesi tra il vuoto e le nuvole, da secoli meta di pellegrini, asceti e cercatori di silenzio.

Complesso di templi sul Monte Huashan costruiti su speroni rocciosi, collegati da passerelle e sentieri con nastri rossi, pareti granitiche ripide tutt’intorno.
Complesso di templi taoisti – Huashan Cina 2024

Una montagna non docile

Il Monte Hua non è mai stato una montagna “docile”. Fin dall’antichità è stato un luogo di ritiro spirituale e prova interiore, dove la fatica del corpo accompagna l’ascesa dello spirito. Ancora oggi, nonostante il turismo moderno abbia messo in sicurezza molti tratti e chiuso alcuni passaggi, la sua salita resta un’esperienza impegnativa e, in parte, rischiosa.

La salita sul Huashan è un dialogo continuo tra fiducia e vertigine: ogni gradino scavato nella roccia obbliga a rallentare e a scegliere il passo.
Si scende e si sale aiutandosi con catene metalliche fissate alla roccia – Huashan Cina 2024
Scalinata ripida del Monte Huashan con numerosi visitatori in discesa, gradini in pietra e catene di sicurezza tra le rocce.
Scalinata affollata in discesa – Huashan Cina 2024

Sentieri estremi e fama contemporanea

I sentieri sono stretti, ripidissimi, spesso scavati direttamente nella roccia viva, esposti al vento, alla pioggia, al vuoto. È proprio questa natura estrema ad aver reso il Monte Hua celebre anche fuori dalla Cina: passerelle vertiginose, ferrate spettacolari, percorsi a strapiombo che sfidano il coraggio e impongono rispetto.

Scalinata ripida scavata nella roccia del Monte Huashan con catene di sicurezza, parete granitica verticale e bosco sottostante.
Scalini scavati direttamente nel granito la roccia con catene come unico appiglio – Huashan Cina 2024

Presenza titanica

Salire sul Monte Hua significa entrare in una dimensione dove la montagna non è solo paesaggio, ma presenza viva, titanica e sovrana, capace ancora oggi di mettere alla prova chiunque osi percorrerne i fianchi.

Scalinata metallica e in pietra fissata a una parete verticale di granito del Monte Huashan, con persone in salita e vegetazione rada.
Scalinate sospese sulla parete verticale – Huashan Cina 2024

Turismo di massa e rischio

Negli anni recenti il Monte Hua è stato scoperto dal turismo di massa, quello internazionale, ma soprattutto quello cinese, arrivando a circa 3 milioni di turisti all’anno. Molti di questi turisti sono attirati dai sentieri più o meno attrezzati che affrontano le ripide pareti di granito Il web abbonda di foto e filmati sugli approssimativi sistemi di sicurezza consistenti in catene d’acciaio, tavole di legno e imbraghi ascellari, tutti sistemi che esiteremo ad utilizzare in occidente. Alcune di queste immagini sono relative a singoli episodi di esibizionismo e mostrano una sorta di ordalia in base alla quale per ottenere un selfie potenzialmente virale vale la pena rischiare la vita. Si tratta di un atteggiamento pericoloso che può avere degli esiti irreparabili, anche se non credo nelle notizie di morti che rimbalzano in rete. Dubito che le autorità cinesi permetterebbero davvero una pubblicità così negativa, visto fra l’altro che alcuni sentieri attrezzati del Monte Hua sono vietati agli under 50, come ho scoperto a mie spese.

Discendere una ripida scalinata in granito sul Monte Huashan, aiutandosi con catene metalliche fissate alla roccia levigata.
Ripida scalinata in granito – Huashan Cina 2024

Informazioni pratiche

Alloggiare presso il Monte Hua

Una buona soluzione è dormire a Huayin, nelle vicinanza del Huashan North Railway Station, noi abbiamo alloggiato presso il Gomo Hotel. Ci sono venuti a prendere al treno e portati la mattina all’entrata del parco. In alternativa si può alloggiare a Xi’an e prendere un treno per raggiungere il Monte.

Lanterna rituale in pietra avvolta da nastri rossi votivi su una terrazza del Monte Huashan, con visitatori seduti sullo sfondo. La luce simbolica resta, anche quando la fiamma non c’è più.
Lanterna in pietra avvolta da nastri – Huashan Cina 2024

Visitare il Monte Hua

Dal Centro visitatori un pulmino gratuito porta all’ingresso, qua la scelta è se intraprendere la ripida salita che porta al North Peak (1.615m) o prendere la funivia che con ardite campate permette di effettuare il giro completo in giornata. In prossimità della cima è possibile visitare il Palazzo Zhenwu.

Tempio taoista sul Monte Huashan con scalinata in pietra e grande struttura ricoperta di nastri rossi votivi, pareti di granito e pini sullo sfondo.
Tempio taoista con grande cumulo di nastri rossi – Huashan Cina 2024

Dalla stazione della funivia si comincia la salita sulla ripida Scala Celeste verso il East Peak, sostando sulla Cresta del Drago Nero per godersi gli ampi panorami per poi raggiungere il Passo dei Lucchetti d’Oro e la vista mozzafiato delle migliaia di lucchetti e delle corde colorate.

Il sentiero corre sul filo della cresta. I nastri rossi guidano lo sguardo, mentre la montagna si apre in profondità vertiginose.
Cresta granitica con sentiero stretto – Huashan Cina 2024

Infine, raggiunto l’East Peak (2.096m) si può apprezzare la vista a volo d’uccello sui picchi circostanti e sulle pareti verticali, al suo fianco è presente una cima piatta chiamata Botai che in presenza di nuvole e nebbia assume come per magia l’aspetto di un’isola.

Il Chess Pavillon su uno sperone roccioso del Monte Huashan, con visitatori e montagne scoscese sullo sfondo.
Il Chess Pavillon in equilibrio sulla roccia: un luogo dove l’architettura sfida il vuoto – Huashan Cina 2024

Sulla vetta è presente un padiglione di pietra con al suo interno un tavolo, anticamente qualcuno vide in questa pietra piatta una scacchiera così durante la dinastia Song, quando fu costruito un padiglione sul posto non poteva che essere chiamato Chess Pavillon.

Arco in pietra sul Monte Huashan lungo un sentiero panoramico, con visitatori che camminano e profonde vallate sullo sfondo.
Arco in pietra sul sentiero panoramico – Huashan Cina 2024

Il South Peak

South Peak (2.154m) è la vetta più alta tra tutte le cinque vette principali, che gli antichi cinesi chiamavano ” Testa del Monte Hua “. South Peak è anche chiamato Luoyan Peak, che significa oche selvatiche in atterraggio, perché, secondo la leggenda, le oche selvatiche che migravano dalla Cina meridionale atterravano su questa vetta per fare una sosta.

Gazza posata su un ramo spoglio sul Monte Huashan, con grandi pareti granitiche verticali sullo sfondo.
Gazza sulle incombenti pareti, la vita trova spazio anche dove domina la roccia – Huashan Cina 2024

Il West Peak e la leggenda

Dopo aver visitato i tempietti taoisti del Middle Peak (2.037m) è il momento di raggiungere il West Peak (2.082m) e concedersi un po di riposo ripensando alla leggenda di Cheng Xiang. La dea Sanshengmu si innamorò di un mortale e, sfidando le leggi del Cielo, fuggì con lui portando consè la potente Lanterna del Loto. Dal loro amore nacque un figlio, Cheng Xiang. Scoperta dal fratello Erlang Shen, Sanshengmu fu punita e imprigionata sotto il Monte Hua. Anni dopo, Cheng Xiang, guidato da Sun Wukong, affrontò lo zio e, grazie al potere della Lanterna, spaccò la montagna con l’ascia costruita da Sun, liberando la madre e ricongiungendo ciò che il Cielo aveva separato.

Ascia rituale decorata con nastri rossi fissata a una parete rocciosa del Monte Huashan con iscrizioni cinesi incise nella pietra.
Ascia rituale e iscrizioni sulla roccia – Huashan Cina 2024

Ritorno

Raggiunta la stazione della funivia West Peak, una discesa vertiginosa ci riporta alla navetta.

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Svaneti: viaggio nel Caucaso tra torri medievali, miti antichi e villaggi sospesi nel tempo

Il Caucaso, “montagna delle lingue”: un mosaico unico al mondo

Il geografo arabo al-Masʿūdī, nel X secolo, chiamò il Caucaso Jabal al-Alsun, “la montagna delle lingue”. Quando arrivi qui, capisci subito che non è una metafora poetica: è un dato di realtà. In queste valli, tra catene montuose che sembrano non finire mai, si parlano ancora decine di lingue diverse, sopravvissute per millenni come fossili viventi di un mondo frammentato e tenace.

Panorama dello Svaneti con villaggi e torri svane sul fondo valle e le montagne innevate del Caucaso sullo sfondo.
Villaggi e torri svane incastonati nel paesaggio dello Svaneti, ai piedi delle grandi montagne del Caucaso – Georgia 2025

Le fonti antiche lo confermano. Erodoto, nel V secolo a.C., raccontava di un territorio abitato da “molti popoli, di tutte le razze”. Strabone ne contava settanta, ciascuno con una lingua propria. E Plinio il Vecchio ricordava che ai Romani servivano centotrenta interpreti per trattare con i mercanti di Dioscuriade, sul Mar Nero.
Un via vai continuo di genti, culture, commerci, migrazioni.

Torre svana di Ushguli ai piedi dei ghiacciai del massiccio dello Shkhara nello Svaneti.
Una torre medievale svana si staglia contro i ghiacciai monumentali dello Shkhara, a Ushguli – Georgia 2025

Popoli, migrazioni e imperi: come nasce la complessità del Caucaso

Eppure, basta allontanarsi dalla costa e risalire le montagne per sentire che il rumore della storia si dissolve, come se qui fosse arrivato attutito. Tra il Mar Nero e il Mar Caspio le catene parallele del Grande e del Piccolo Caucaso hanno agito per secoli come un rifugio. A queste valli isolate giungevano popoli in fuga dall’Asia Centrale, sospinti verso ovest dai nuovi padroni delle steppe. Molti restavano intrappolati qui, altri venivano ricacciati verso regioni sempre più impervie: l’unico spazio che rimaneva libero.

Crocifisso ortodosso georgiano in legno dipinto, posto davanti a un’icona della Deposizione di Cristo, all’interno della antica chiesa di Lamaria a Ushguli
Crocifisso e icona della Deposizione conservati nella chiesa di Lamaria a Ushguli, testimonianza della tradizione cristiana georgiana – Georgia 2025

Più tardi sarebbero arrivate anche le deportazioni dello Zar e le repressioni dello Stato Sovietico. Un mosaico che si compone e si scompone continuamente, ma non si rompe mai del tutto.

Antica torre svana in pietra nello Svaneti, con fiori secchi in primo piano e pendii erbosi di montagna sullo sfondo
Una torre svana si staglia tra i pendii dello Svaneti, incorniciata da fiori secchi in primo piano – Georgia 2025

Svaneti: la regione abitata più alta d’Europa

Tra questi monti, lo Svaneti è una terra che sembra sospesa fuori dal tempo. È la regione abitata più alta d’Europa, ma soprattutto è un luogo dove tutto — la luce, il silenzio, le pietre — racconta una storia antichissima. Le torri svane si alzano ovunque: su crinali erbosi, ai bordi delle strade sterrate, isolate o raccolte in gruppi fitti che ricordano, sorprendentemente, i borghi medievali italiani, invece ci troviamo nel NordEst della Georgia.

Panorama di Ushguli con le torri svane e le case in pietra, ai piedi delle montagne innevate dello Shkhara nello Svaneti
Il villaggio di Ushguli, patrimonio UNESCO, con le sue torri medievali e lo Shkhara innevato sullo sfondo – Georgia 2025

Sono torri dell’XI–XIII secolo, ma sembrano nate direttamente dalla montagna. Difendevano famiglie e clan in un’epoca in cui l’isolamento non garantiva pace: arrivavano predoni, briganti, nemici da altri versanti del Caucaso, e spesso erano le stesse comunità locali a scontrarsi.

Vista dall’alto di Ushguli con le sue torri medievali e le case in pietra, circondato dalle montagne dello Svaneti.
Il complesso di torri e case in pietra di Ushguli, uno dei villaggi abitati più alti d’Europa – Georgia 2025

Per raggiungere l’Alto Svaneti serve pazienza. La strada sale lenta, stretta, scavata nella roccia. Le maršrutke, i minibus georgiani, procedono sbuffando e sorpassano greggi, camion, cavalli. All’epoca dell’espansione russa la regione era divisa tra i domini dei Dadeshkeliani in basso e lo “Svaneti libero” più in alto, la patria di villaggi come Mestia e Ushguli.

Interno di una chiesa antica nello Svaneti con affreschi medievali consumati sulla cupola e icone ortodosse della Vergine e di Cristo ai lati dell’iconostasi
Affreschi e icone conservati nella chiesa di Lamaria, uno dei patrimoni religiosi più ricchi dello Svaneti – Georgia 2025

Ma qui la storia inizia molto prima: nel Neolitico, con tracce umane risalenti all’VIII–VII millennio a.C. In età del Bronzo lo Svaneti era persino un centro importante per l’estrazione e la lavorazione dei metalli.

Torre svana medievale vista dal basso tra le case in pietra, con balconi in legno e cielo limpido nello Svaneti.
Torre difensiva svana incastonata tra le antiche abitazioni in pietra dello Svaneti – Georgia 2025

Tra mito e geografia: la Colchide e il Vello d’Oro

Non sorprende, allora, che proprio queste terre, un tempo chiamate Colchide, siano diventate il palcoscenico del mito del Vello d’oro. Le narrazioni antiche collocano qui la pelle dell’ariete alato Crisomallo, custodita da un drago in un bosco sacro. E qui arrivò Giasone, con gli Argonauti, in cerca del tesoro che gli avrebbe permesso di recuperare il trono.

Torre svana in pietra su un pendio erboso nello Svaneti, con case rurali e monti sullo sfondo
Una torre svana solitaria si erge su un pendio erboso nei dintorni di Ushguli – Georgia 2025


Un racconto epico, certo, ma che sembra quasi plausibile quando osservi i boschi fitti, i torrenti impetuosi, le montagne che scompaiono dietro nuvole basse.

Torri svane tra le case di Mestia con le montagne innevate del Caucaso sullo sfondo.
Le torri difensive di Mestia, simbolo dello Svaneti, sovrastate dalle cime innevate del Caucaso – Georgia 2025

Il paesaggio dello Svaneti ha qualcosa di cinematografico. Le montagne del Caucaso, con i 5.642 metri dell’Elbrus sullo sfondo, creano scenari che cambiano a ogni curva. Le torri spuntano come guardiane di pietra, immobili da secoli.
Non stupisce che l’Alto Svaneti sia oggi Patrimonio UNESCO: un equilibrio raro tra architettura medievale e natura, sopravvissuto quasi intatto.

Primo piano di una torre svana con muratura in pietra e cielo limpido, a Mestia
Il caratteristico stile costruttivo delle torri svane, simbolo architettonico dello Svaneti – Georgia 2025

Le torri svane: architettura medievale nel cuore del Caucaso

Le case-torri, le koshki, sono costruzioni ingegnose. Muri che si stringono verso l’alto, tre o cinque piani, livelli superiori dedicati soltanto alla difesa. Al piano terra, il Machub: una grande sala con focolare, persone e animali separati da pareti in legno decorate. Al piano superiore, il Darbazi, estivo e luminoso, che dà accesso alla torre e al corridoio d’ingresso protetto.

Dettaglio della parte superiore di una torre svana con aperture difensive e muratura irregolare, nello Svaneti
Le aperture difensive e la pietra irregolare delle antiche torri svane – Georgia 2025
È una lapide commemorativa familiare che ricorda i membri della famiglia morti nella Seconda guerra mondiale, posta sulla parete di una casa o torre tradizionale svan per tenere viva la loro memoria
Lapide commemorativa per ricordare i membri della famiglia caduti – Georgia 2025


Questi complessi non erano solo case e fortini: erano il cuore della vita sociale e produttiva degli Svan, un mondo autosufficiente, pensato per resistere e per vivere, ne è testimonianza l’uso di inserire nei muri delle case e delle torri targhe di ceramica o marmo dedicate al ricordo dei familiari morti nella seconda guerra mondiale. Nei villaggi di montagna non si costruivano cimiteri separati, la casa stessa diventava luogo della memoria.

Torre svana medievale con finestre ad arco, situata tra le case in pietra di Ushguli
Una torre svana con le sue caratteristiche aperture ad arco tra le case di Ushguli – Georgia 2025

Mestia, il cuore dello Svaneti

Da Mestia, il centro culturale della regione, parte la strada che porta a Ushguli, uno dei villaggi abitati più alti d’Europa. Quaranta chilometri di curve, torrenti, cascate. Ai piedi dello Shkhara, la montagna più alta della Georgia, si trova uno dei complessi medievali meglio preservati del Caucaso: case-torri, piccole chiese, recinti, stalle.
Tutto parla di continuità, di una cultura che ha attraversato i secoli senza rinunciare a se stessa.

Statua equestre moderna della Regina Tamar a Mestia, decorata con motivi tradizionali georgiani e scolpita in metallo scuro
La statua equestre dedicata alla Regina Tamar, figura simbolo della storia del Caucaso – Georgia 2025

Mestia, oggi, ha hotel, ristoranti e un turismo che cresce, ma conserva un fascino ruvido, autentico. Di sera, quando le torri si illuminano una dopo l’altra, sembra che la montagna respiri insieme al paese. E mentre cammini tra le stradine di pietra, ti rendi conto che questa terra, più che visitata, va ascoltata.

Torre svana in pietra immersa in una fitta foresta nei pressi di Mestia, nello Svaneti.
Una torre medievale svana nascosta tra i boschi che circondano Mestia – Georgia 2025

Versione inglese 🇬🇧 https://pachamama.altervista.org/en/svaneti-journey-caucasus-medieval-towers-ancient-myths/

Grotte di Yungang a Datong: il capolavoro rupestre del buddhismo in Cina

Alle origini del Buddhismo in Cina

Statua monumentale del Buddha Amitabha alta 17 metri nella grotta 3, nota come Tempio del Lingyan, il più grande complesso delle Grotte di Yungang, Datong, Cina (2024).
Statua del Buddha Amitabha nella grotta 3 chiamata il Tempio del Lingyan, con i suoi 17 metri la più grande di Yungang – Cina 2024

Nel più celebre dei miti sulla fondazione del buddhismo in Cina si racconta che all’imperatore Ming degli Han Orientali (I sec. d.C.) apparve in sogno una grande figura dorata, poi riconosciuta come il Buddha. Colpito da quella visione, il sovrano inviò ambasciatori in India per conoscere meglio questa nuova religione e le sue dottrine.

Sculture buddhiste illuminate nella Grotta 12 delle Grotte di Yungang, con Buddha e bodhisattva incisi nella roccia rossa, circondati da figure minori e motivi ornamentali tipici dell’arte buddhista cinese del V secolo.
Dettaglio delle pareti scolpite della Grotta 12 a Yungang, detta delle Melodie : figure di Buddha, bodhisattva e musicisti celesti decorano le nicchie rosse e dorate, testimoniando la fusione di arte indiana, centroasiatica e cinese – Cina 2024

Il sogno fu interpretato come un segno del destino e divenne presto un racconto fondativo: un modo per dare al buddhismo una prima legittimazione ufficiale, collegandone l’arrivo direttamente alla volontà imperiale. Così, la nuova fede poté presentarsi come approvata dall’autorità suprema, al riparo da critiche e sospetti.

Affresco deteriorato nelle Grotte di Yungang che rappresenta un bodhisattva con mani giunte in preghiera, abiti colorati e aureola, esempio dell’arte buddhista cinese della dinastia Wei del Nord.
Affresco parietale delle Grotte di Yungang raffigurante un bodhisattva orante con mani giunte, ornato da vesti riccamente decorate e nastri rossi. Nonostante le crepe e le abrasioni, i colori vivaci testimoniano l’antico splendore dell’arte pittorica buddhista del V secolo – Cina 2024

Il buddhismo giunse in Cina seguendo due strade diverse:

  • via terra, portato dai monaci del Mahayana (il “Grande Veicolo”) che seguivano le carovane lungo le Vie della Seta;
  • via mare, dal sud, attraverso le scuole del Theravāda.
Grande statua del Buddha scolpita nella parete rocciosa delle Grotte di Yungang, con la mano alzata in gesto di benedizione, circondata da nicchie e bassorilievi buddhisti – Cina, 2024
La grande statua del Buddha scolpita nella parete rocciosa delle Grotte di Yungang accoglie i visitatori con un gesto di benedizione, dominando un complesso di nicchie e bassorilievi dedicati al culto buddhista – Cina 2024

Quest’ultima corrente non riuscì a radicarsi: il Mahayana, più vicino alla sensibilità cinese, divenne rapidamente la tradizione dominante.

Il buddhismo in Cina influenzò la politica, l’arte e la cultura. Fu uno strumento per legittimare il potere imperiale, ma al tempo stesso rappresentò una fonte inesauribile di splendide creazioni, che ancora oggi raccontano l’incontro tra India, Asia Centrale e mondo cinese.

Grande statua del Buddha dorato nella Grotta 5 delle Grotte di Yungang, Datong, Cina, con mani in mudra della meditazione e pareti ricoperte di sculture e pitture buddhiste del V secolo.
Il Buddha seduto della Grotta 5 delle Grotte di Yungang, con il volto dorato e i capelli blu, circondato da centinaia di piccole figure scolpite e affreschi colorati. Un capolavoro dell’arte buddhista della dinastia Wei del Nord, simbolo di serenità e maestosità spirituale – Cina 2024

La diffusione non fu però lineare. Sotto l’imperatore Taiwu dei Wei Settentrionali (424–452) ci fu la prima persecuzione buddhista. Con il suo successore, Wencheng (452–465), la situazione cambiò: la libertà di culto venne ripristinata e prese avvio la costruzione delle Grotte di Yungang, grandioso complesso rupestre ispirato alle celebri grotte di Mogao a Dunhuang.

Particolare del soffitto scolpito e affrescato nelle Grotte di Yungang, Datong, con motivi floreali e numerose figure di Buddha e bodhisattva in rilievo, tipici dell’arte buddhista cinese della dinastia Wei del Nord.
Decorazioni scolpite e dipinte nel soffitto di una grotta 12 a Yungang, con figure di Buddha e bodhisattva disposte in file ordinate attorno a un elaborato motivo floreale centrale. Un esempio dell’eleganza e della complessità simbolica dell’arte buddhista rupestre cinese – Cina 2024

Il progetto fu guidato dal monaco Tan Yao, che con artigiani provenienti dal Gansu portò a Pingcheng (oggi Datong) l’arte raffinata della scultura monumentale e della pittura murale.

Rilievi rupestri delle Grotte di Yungang, Datong, con statue di Buddha e monaci scolpite nella roccia, esempio dell’arte buddhista cinese del V secolo caratterizzata da serenità e armonia compositiva.
Rilievi scolpiti nella roccia delle Grotte di Yungang, raffiguranti Buddha e discepoli in atteggiamento di insegnamento. Le figure, scavate direttamente nella parete arenaria, mostrano la sobria eleganza e la spiritualità dell’arte buddhista della dinastia Wei del Nord – Cina 2024

Conosciuto fin dall’epoca Ming come Yungang, termine che significa “collina delle nuvole” o “cresta delle nubi”, il complesso è oggi uno dei più importanti esempi di arte rupestre buddhista in Cina. Dal 2001 è Patrimonio dell’Umanità UNESCO e custodisce oltre 51.000 statue del Buddha, scolpite tra il 460 e il 525 d.C. durante la dinastia Wei.

Particolare di sculture buddhiste nelle Grotte di Yungang, Datong, con testa di bodhisattva coronato e figura di monaco accanto alla mano del Buddha, esempi dell’arte rupestre cinese della dinastia Wei del Nord.
Dettaglio scultoreo delle Grotte di Yungang raffigurante un bodhisattva coronato e un monaco accanto alla mano di una grande statua del Buddha. Le espressioni serene e le decorazioni del copricapo riflettono la raffinatezza dell’arte buddhista del V secolo – Cina 2024

La maestosità delle Grotte

La prima impressione, giungendo a Yungang, è di pura meraviglia. Statue gigantesche, pareti scolpite e dettagli minuziosi rivelano un’abilità artistica straordinaria, capace di lasciare senza fiato.

Interno della Grotta 11 delle Grotte di Yungang, Datong, con pareti scolpite ricoperte di statue di Buddha e affreschi colorati sul soffitto, esempio straordinario dell’arte rupestre buddhista della dinastia Wei del Nord.
Interno della Grotta 11 a Yungang, con pareti interamente scolpite e dipinte in vivaci tonalità di rosso, ocra e blu. Le nicchie ospitano centinaia di statue di Buddha e bodhisattva, mentre il soffitto decorato a motivi floreali e nuvolati evoca il cielo celeste del paradiso buddhista – Cina 2024

Ma ciò che vediamo oggi non è solo opera di grandi scultori: è il risultato di un lungo viaggio dell’arte buddhista. Nata in India, con una tradizione visiva molto diversa da quella cinese, essa si trasformò progressivamente durante la diffusione verso est, mantenendo tratti originari e arricchendosi delle influenze incontrate lungo la via.

Grande statua del Buddha nella Grotta 14 delle Grotte di Yungang, Datong, con mano destra alzata in mudra di protezione, scolpita nella roccia arenaria e risalente al V secolo durante la dinastia Wei del Nord.
La monumentale statua del Buddha nella Grotta 14 di Yungang, scolpita direttamente nella parete rocciosa. L’imponente figura, dal volto sereno e dalla mano destra alzata in segno di benedizione, rappresenta uno dei massimi esempi dell’arte buddhista della dinastia Wei del Nord – Cina 2024

Un ponte tra culture

Alle Grotte di Yungang si intrecciano culture lontane. Le prime statue, solenni e massicce, portano ancora i segni dell’influenza indiana e del Gandhāra centroasiatico, con panneggi leggeri e richiami all’architettura greco-romana. Col tempo, le forme si trasformano: i volti diventano più delicati, le vesti più ampie e ricche, lo stile sempre più vicino al gusto cinese.

Grandi statue del Buddha e del discepolo Ananda scolpite nella roccia della Grotta 20 delle Grotte di Yungang, Datong, Cina, con aureole decorate da piccole figure di Buddha, esempio magistrale dell’arte buddhista della dinastia Wei del Nord.
Le maestose statue del Buddha e del discepolo Ananda scolpite nella facciata della Grotta 20 di Yungang. Con i loro volti sereni e le pieghe finemente incise delle vesti, rappresentano uno dei vertici dell’arte rupestre buddhista cinese del V secolo – Cina 2024

Molte cavità riproducono persino la struttura dei templi lignei, con travi, colonne e tetti scolpiti nella roccia come se il legno fosse diventato pietra.

Statua monumentale del Buddha nella Grotta 20 delle Grotte di Yungang, Datong, affiancata dal discepolo Ananda, con aureola incisa e dettagli raffinati delle vesti, esempio emblematico dell’arte buddhista della dinastia Wei del Nord.
Il Buddha colossale della Grotta 20 di Yungang, scolpito nella parete rocciosa e affiancato dal discepolo Ananda. Con i suoi tratti armoniosi e l’aureola ornata di piccole figure, è uno dei massimi capolavori dell’arte buddhista rupestre cinese del V secolo – Cina 2024

Accanto ai Buddha e ai bodhisattva, compaiono scene di vita quotidiana: musicisti con strumenti stranieri, danzatori, rappresentazioni di paradisi dipinti con colori vivaci. Sono immagini che raccontano gli scambi culturali e commerciali lungo le Vie della Seta, facendo di Yungang non solo un sito archeologico, ma un vero e proprio ponte tra civiltà.

Affresco buddhista nelle Grotte di Yungang, Datong, con due figure celesti danzanti dalle aureole chiare e vesti ondulanti su fondo rosso, esempio dell’arte murale della dinastia Wei del Nord del V secolo
Affresco parietale delle Grotte di Yungang raffigurante due figure celesti danzanti, con aureole e vesti fluttuanti. I colori delicati e le linee fluide testimoniano la raffinatezza dell’arte pittorica buddhista cinese della dinastia Wei del Nord – Cina 2024

Visitare le grotte oggi

Passeggiare tra le grotte di Yungang significa attraversare secoli di storia e contaminazioni artistiche. Ogni cavità è un universo a sé: alcune più austere, altre decorate con colori e dettagli che parlano ancora di fede, spiritualità e vita quotidiana.

Statua monumentale del Buddha in piedi nelle Grotte di Yungang, Datong, Cina, scolpita nella roccia arenaria con mano destra alzata in mudra di benedizione, esempio dell’arte rupestre buddhista della dinastia Wei del Nord
Statua colossale del Buddha eretta all’interno di una delle grotte principali del complesso di Yungang. Alta oltre 13 metri, è scolpita direttamente nella roccia e circondata da figure minori, simbolo della potenza e della spiritualità dell’arte buddhista cinese del V secolo – Cina 2024

Informazioni pratiche

  • Orari di apertura: 8:30 – 17:00 (variabili in base alla stagione)
  • Biglietto d’ingresso: circa 120 RMB (aggiornato al 2025, riduzioni per studenti e over 60)
  • Durata della visita: consigliate 2–3 ore
  • Come arrivare:
    • Da Datong: bus turistico (30 min), taxi o navetta
    • Da Pechino: treno ad alta velocità fino a Datong (circa 2 ore), poi bus/taxi

👉 Noi, partendo da Datong, abbiamo contrattato un taxi che ci ha portato alle grotte e ci ha atteso per il ritorno: la soluzione più comoda per una visita senza pensieri.

Versione inglese 🇬🇧 https://pachamama.altervista.org/the-yungang-grottoes-where-myth-art-and-history-meet/

Se vuoi leggere altri post sulla Cina: Dentro la Città Proibita , La Grande Muraglia di Jiankou , Huashan: la montagna sacra della Cina tra miti, templi e sentieri vertiginosi

Hallasan, tra vento e silenzi: hiking sul vulcano di Jeju

Il Monte Hallasan domina l'isola di Jeju
Salendo l’Hallasan – Jeju Sud Corea 2024

L’Hallasan è una montagna particolare: sorge al centro di un’isola e questo la rende affascinante, sebbene non sia un caso unico al mondo. Quello che sorprende davvero, però, sono le esperienze che offre a chi decide di affrontarne i pendii.

Bambù nano (Sasa) lungo i sentieri dell’Hallasan a Jeju, tipica vegetazione del sottobosco coreano durante il trekking sul vulcano
Un fitto tappeto di bambù nano accompagna i sentieri del vulcano Hallasan, sull’isola di Jeju – Sud Corea 2024

Situato nel cuore dell’isola subtropicale di Jeju, l’Hallasan è un vulcano che, con i suoi quasi duemila metri, rappresenta la vetta più alta della Corea del Sud.

Sentiero escursionistico Seongpanak sull’Hallasan a Jeju, con scalinate di legno immerse nel bosco del vulcano coreano.
Le lunghe scalinate di legno del sentiero Seongpanak guidano i trekker attraverso i boschi dell’Hallasan – Jeju Sud Corea 2024

Ogni anno circa centomila escursionisti visitano l’Hallasan National Park. I sentieri sono sette, ma soltanto due raggiungono il cratere Baekrokdam: il Seongpanak e il Gwaneumsa.

Mappa del Parco Nazionale dell’Hallasan a Jeju, con i principali sentieri escursionistici: Seongpanak Trail, Gwaneumsa Trail, Eorimok Trail e Yeongsil Trail.
Mappa dei sentieri del Hallasan Park – Sud Corea 2024

Per scaricare online la mappa https://jeju.go.kr/hallasan/public/download/map.htm

  • Il Seongpanak (9,6 km, circa 5 ore) è il più lungo: sale dolcemente da est a ovest su scalinate di legno, con pochi punti panoramici ma un gran numero di escursionisti. È il percorso più affollato, ideale per osservare da vicino le abitudni degli appassionati di trekking coreani.
  • Il Gwaneumsa (8,7 km) procede da nord a sud, attraversa valli profonde e regala panorami spettacolari. È noto per le sue ripide scalinate “rompigambe”.
Sentiero escursionistico tra bambù nano (Sasa) e boschi sull’Hallasan a Jeju, lungo il percorso di trekking verso il cratere del vulcano.
Un tratto di sentiero immerso nei boschi dell’Hallasan, circondato dal fitto tappeto di bambù nano – Jeju Sud Corea 2024

Per salire da entrambi i percorsi è obbligatoria la prenotazione gratuita online (https://visithalla.jeju.go.kr/ da richiedere con qualche giorno di anticipo. Dopo l’iscrizione si riceve un QR code da mostrare ai posti di controllo.

Passerella in legno tra alberi contorti e panorami dall’alto sull’Hallasan a Jeju, lungo il sentiero di trekking verso la vetta del vulcano.
Salendo verso la cima dell’Hallasan, la vegetazione si fa più rada e contorta, mentre le passerelle di legno accompagnano i trekker con ampi panorami sull’isola di Jeju – Jeju Sud Corea 2024

Sui sentieri di vetta sono presenti barriere orarie: se non si raggiunge il checkpoint entro l’orario stabilito (intorno alle 13, variabile secondo la stagione), i ranger impediscono la prosecuzione. La discesa è invece libera e si può scegliere uno qualsiasi dei due tracciati.

Scalinata in legno tra boschi e bambù nano sull’Hallasan a Jeju, lungo il percorso di trekking verso la vetta del vulcano coreano.”
Una scalinata in legno immersa nel bambù nano accompagna gli escursionisti lungo il sentiero dell’Hallasan – Jeju Sud Corea 2024
Abeti coreani sul monte Hallasan a Jeju, tipica vegetazione alpina che cresce vicino alla vetta del vulcano durante il trekking
Gli abeti coreani, bassi e resistenti al vento, caratterizzano il paesaggio alle quote più alte dell’Hallasan – Jeju Sud Corea 2024

Nel nostro caso non siamo riusciti a prenotare il Gwaneumsa, così abbiamo optato per la salita dal Seongpanak e la discesa dall’altro versante.

Vegetazione di bambù nano e alberi secchi piegati dal vento vicino alla vetta dell’Hallasan, il vulcano sull’isola di Jeju
Alle quote più alte dell’Hallasan il vento modella il paesaggio: alberi contorti e tappeti di bambù nano resistono alle intemperie – Sud Corea 2024

L’accesso agli ingressi del parco è possibile in auto, ma i parcheggi sono piccoli e si riempiono rapidamente. In alternativa, l’isola è ben servita dai bus: i biglietti si pagano con la T-money card, acquistabile e ricaricabile nei convenience store (7-Eleven, Nice to CU ecc.). Una mappa delle linee principali è disponibile qui: https://www.visitjeju.net/bus/JejuTouristShuttleBusMap(Eng).pdf, e anche Google Maps fornisce orari e tratte.

Alberi secchi e tronchi caduti tra distese di bambù nano sull’Hallasan a Jeju, paesaggio modellato dal vento vicino alla vetta del vulcano.
Sull’Hallasan il vento piega e spezza gli alberi, lasciando tronchi contorti che spiccano tra i tappeti di bambù nano – Jeju Sud Corea 2024

Il trekking in Corea

In Corea il trekking è uno sport nazionale: ogni altura è frequentata da folle di escursionisti, sempre ben equipaggiati con l’abbigliamento tecnico più moderno. La ricerca perseverante della performance si accompagna alla cura per la protezione solare: secondo la tradizione estetica di molti popoli orienali, la pelle chiara è simbolo di bellezza, purezza e status sociale. Per questo cappelli larghi, guanti, passamontagna e maniche lunghe sono la norma, anche sotto il sole estivo.

Escursionisti sul sentiero in quota dell’Hallasan a Jeju, con vista sulle pareti rocciose e i crinali del vulcano coreano
In quota i sentieri dell’Hallasan regalano panorami spettacolari sulle pareti rocciose e sui crinali del vulcano – Jeju Sud Corea 2024

In Corea si tiene un atteggiamento sociale molto riservato. Le persone evitano interazioni occasionali e contatti visivi prolungati, considerati a volte irrispettosi. Non aspettatevi i saluti cordiali tipici delle Alpi: sui sentieri regnano silenzio e pragmatismo. Ricordo un episodio: un ragazzo scivolò ferendosi leggermente; offrimmo dei cerotti, ma la famiglia esitò a lungo prima di accettare, quasi imbarazzata dal nostro gesto. Abbiamo preferito non insistere per evitare che la nostra gentilezza fosse scambiata per invadenza.

Vegetazione alpina e muschi sul terreno vulcanico vicino alla cima dell’Hallasan, la montagna più alta della Corea del Sud a Jeju
Sui versanti alti dell’Hallasan, il terreno vulcanico è ricoperto da muschi e piccoli cespugli che resistono al vento e al freddo – Jeju Sud Corea 2024

Paesaggi e storia

Salendo, il paesaggio cambia: la vegetazione diventa più rada, gli alberi si contorcono sotto i venti e lasciano spazio a una flora di alta quota che resiste con fatica.

Albero secco circondato da bambù nano sull’Hallasan a Jeju, paesaggio modellato dal vento vicino alla cima del vulcano coreano
Alle pendici alte dell’Hallasan gli alberi spogli si ergono tra il bambù nano, testimoni della forza del vento sul vulcano – Jeju Sud Corea 2024
Albero secco tra bambù nano e conifere sull’Hallasan a Jeju, esempio della vegetazione modellata dal vento sul vulcano coreano
Un albero secco spicca tra il bambù nano e le conifere sull’Hallasan, segnato dalla forza del vento che domina la montagna – Jeju Sud Corea 2024

L’isola stessa ha una storia di resistenza: nel XIII secolo i suoi abitanti combatterono contro i Mongoli e nel XX secolo contro l’occupazione giapponese. Ma il ricordo più doloroso è quello della rivolta del 3 aprile 1948, scatenata dalla divisione del paese in due e repressa con estrema violenza: villaggi distrutti, decine di migliaia di civili uccisi, donne e bambini compresi.

Panorama dall’Hallasan a Jeju con boschi di conifere e alberi secchi modellati dal vento sul vulcano più alto della Corea del Sud
Dalla vetta dell’Hallasan lo sguardo abbraccia boschi di conifere e distese di alberi secchi, scolpiti dal vento che domina il vulcano – Jeju Sud Corea 2024

In vetta

In vetta all’Hallasan a Jeju, coperti dal vento e dalla nebbia davanti al cratere Baekrokdam del vulcano coreano
Finalmante in cima all’Hallasan, tra vento e nebbia, ci ripariamo dal freddo davanti al cratere Baekrokdam – Jeju Sud Corea 2024

Arrivati sul cratere, il vento gelido ci costrinse a ripararci dietro una roccia per mangiare. Poco distante si stava formando una lunga fila: inizialmente pensammo fosse un controllo per la discesa, ma scoprimmo in seguito che si trattava semplicemente di escursionisti in attesa del selfie con il cartello di vetta. Nei momenti di punta la coda può raggiungere fino a un km. Il selfie davanti a quel blocco di roccia è il simbolo del ‘ce l’ho fatta e da dirito al rilascio di una certificazione di salita da parte del Parco. Ce l’avevamo fatta anche noi e sorridendo, imboccammo il Gwaneumsa.

Arrivati in vetta, tra la nebbia e il vento, una lunga fila si forma davanti alla pietra-segnaposto del Hallasan: una tradizione tra gli escursionisti. Il selfie davanti a quel blocco di roccia è il simbolo del ‘ce l’ho fatta
Quell’oscuro oggetto del desiderio dell’Hallasan, la pietra di vetta – Jeju Sud Corea 2024
Cratere Baekrokdam in cima all’Hallasan, il vulcano sull’isola di Jeju e montagna più alta della Corea del Sud, meta di trekking panoramici.
Il cratere Baekrokdam in cima all’Hallasan: un anfiteatro naturale con un piccolo lago vulcanico, simbolo dell’isola – Jeju Sud Corea 2024

La discesa fu impegnativa: una serie di scalinate infinite e tornanti ripidi ci fece rimpiangere i bastoncini lasciati a casa. Nei tratti meno ripidi trovammo invece un “red carpet” di tessuto grezzo che, impregnato di fango, rendeva più sicuro l’appoggio degli scarponi.

Ponte sospeso lungo un sentiero escursionistico sull’Hallasan a Jeju, tra foreste e paesaggi montani del vulcano coreano
Un ponte sospeso collega i sentieri dell’Hallasan, regalando una vista suggestiva sulla foresta montana – Jeju Sud Corea 2024
Scalinata ripida del sentiero Gwaneumsa sull’Hallasan a Jeju, famosa per le sue salite impegnative tra foreste e paesaggi vulcanici
Il sentiero Gwaneumsa è noto per le sue ripide scalinate che mettono alla prova gli escursionisti dell’Hallasan – Jeju Sud Corea 2024

Al termine, presso il centro visitatori, ci aspettavano punti ristoro e persino un compressore per spolverare i vestiti: più utile di quanto sembri. Ultima fatica, l’attesa del bus, poi finalmente il meritato riposo a Jeju City.

Escursionista utilizza il compressore ad aria per pulire scarpe e vestiti dopo il trekking sull’Hallasan a Jeju
Al termine dell’escursione, all’ingresso dell’Hallasan si trovano pratici compressori per pulire scarpe e abiti dal fango – Jeju Sud Corea 2024

📌 Info pratiche – Escursione all’Hallasan

DettaglioInformazioni
Altezza1.950 m (montagna più alta della Corea del Sud)
Sentieri per la vetta🥾 Seongpanak Trail: 9,6 km, 4,5–5 h salita, pendenza dolce, affollato.
🥾 Gwaneumsa Trail: 8,7 km, 5–6 h salita, ripido e panoramico.
Altri sentieriEorimok, Yeongsil, Donnaeko, Eoseungsaengak, Seokgulam (non arrivano al cratere).
PrenotazioneObbligatoria, gratuita online → visithalla.jeju.go.kr

Versione inglese 🇬🇧 https://pachamama.altervista.org/trekking-hallasan-jeju-volcano-korea-del-south/

Se ti interessano altri post sulla Corea del Sud: Il tempio di Seokbulsa a Busan: il Buddha di pietra tra natura e spiritualità

Dove le montagne toccano gli dei. Silenzi e sorrisi sull’Himalaya

Conosciuto come la terra degli dèi e soprannominato il tetto del mondo, il Nepal offre un paesaggio in cui le cime innevate si perdono tra le nuvole come scale verso il cielo. Su tutte troneggia sua maestà l’Everest, la più celebre attrazione, che ogni anno richiama viaggiatori e appassionati, desiderosi di sfidare i suoi 8.848 metri o semplicemente di ammirarne la grandezza.

Una cima himalayana che spunta tra le nuvole in Nepal
Nella nebbia le montagne sembrano appartenere al cielo – Nepal 1984

Dopo lunghe discussioni con Gabriella sulla metà del prossimo viaggio, decidemmo per il Nepal, spinti dalla voglia di unire la nostra crescente passione per l’alpinismo con la voglia di immergerci in una cultura forte e autentica.

Escursione sulle montagne del Nepal lungo un antico sentiero di pietra con vista sulle valli himalayane tra le nuvole
Sul sentiero per Namche – Nepal 1984

Cercavamo un itinerario impegnativo, da affrontare in autonomia, che ci permettesse anche l’incontro con etnie di religioni e costumi diversi. Fare trekking verso l’Everest si rivelò l’occasione perfetta per vivere un’avventura nella natura e nei rapporti umani.

Primo piano sugli occhi del Buddha della stupa di Swayambhunath, simbolo spirituale del Nepal, decorata con bandiere di preghiera colorate
Swayanbhunath Katmandu – Nepal 1984

La preparazione fu lunga e accurata. Ricordo un viaggio a Parigi, dove approfittammo della celebre catena Vieux Campeur per perfezionare l’attrezzatura. Ripensarci oggi fa sorridere: la microfibra era ancora poco diffusa, si usava cotone e lana, e gli scarponi erano in robusto cuoio. Questo si traduceva in zaini molto pesanti… ma anche in un’esperienza che oggi custodiamo con affetto e nostalgia.

Primo piano di una statua del Buddha dal sorriso enigmatico con dettagli colorati e sfondo in muratura, simbolo spirituale nei templi del Nepal
Swayanbhunath Katmandu – Nepal 1984

Il viaggio non cominciò nel migliore dei modi: uno sciopero dei treni ritardò il nostro arrivo a Milano fino a mezzanotte, dove alcuni amici ci stavano aspettando. Il volo per fortuna fu regolare, ma lo scalo a Delhi ci riservò un’altra sorpresa. Il collegamento per Katmandu, gestito da Air India, era in overbooking e ci comunicarono che avremmo dovuto attendere il volo successivo, sperando che ci fosse posto.

Bivacco di turisti vittime dell'overbooking all'aereoporto di New Delhi
Aereoporto New Delhi – India 1984

Seguì un’attesa interminabile: circa venti ore passate accampati nella sala d’attesa dell’aeroporto, in compagnia di decine di altri italiani, tutti con la stessa speranza negli occhi e la stanchezza addosso. Finalmente, la mattina seguente, con l’apertura del banco della compagnia, trovammo i nostri nomi negli elenchi: potevamo riprendere il nostro sogno.

Scena di vita quotidiana in Nepal: donna con sari tradizionale e scialle rosso vende ghirlande di fiori arancioni e gialli in un mercato di strada a Kathmandu, usate per offerte religiose e cerimonie
Venditrice di collane di fiori rituali a Katmandu – Nepal 1984

All’epoca Katmandu non era più la meta prediletta dalle frotte dagli hippy, ma conservava ancora l’aspetto di una città medievale senza auto, dove, dietro ogni angolo, si incontravano donne che spulavano i cereali nelle piazze. Le notti erano illuminate dalle luci tremolanti dei templi e animate dalla musica di piccoli concerti improvvisati.

Scena quotidiana a Kathmandu, Nepal: donna in abiti tradizionali rastrella chicchi di riso durante la fase di essiccazione al sole in una piazza urbana circondata da case storiche
Donna intenta a spulare i cereali in una piazza di Katmandu -Nepal 1984

A modo suo, era una città cosmopolita: bastavano pochi passi per trovare un locale che servivano lasagne o piatti russi. Thamel era il cuore pulsante della città, un quartiere brulicante di ristoranti e guesthouse economiche. Rumoroso, caotico, ma pieno di vita.

Statua di Narasimha a Kathmandu, incarnazione di Vishnu con volto di leone, nell’atto di uccidere il demone Hiranyakashipu, decorata con ghirlande e simboli religiosi induisti
La statua di Narasimha a Katmandu Nepal 1984

Nel mercato si trovava tutto il necessario per un trekking: abbigliamento tecnico, tende, cibi liofilizzati, bombolette di gas per l’alta quota, zaini di ogni tipo. Le spedizioni alpinistiche rivendevano il materiale avanzato per ammortizzare i costi, trasformando il mercato in uno scrigno di piccoli tesori per chi sapeva cercare.

Molte attività artigianali vengono eseguite all'aperto per le strade di Katmandu
Barbiere di strada a Katmandu – Nepal 1984

Sbrigammo anche tutte le formalità, primo fra tutti il trekking permit per attraversare il Sagarmatha National Park.

Trekking permit per Sagarmatha National Park

Il 4 ottobre 1984 salimmo su un traballante autobus diretto a Kirantichap, da dove iniziò il nostro cammino verso il campo base dell’Everest. I primi giorni trascorsero tra risaie lussureggianti e villaggi abitati da agricoltori tamang e sanuwar. L’alternarsi continuo di volti, lingue e costumi confermava la fama del paese come autentico crogiuolo di culture.

In Nepal, le risaie sono spesso coltivate a terrazzamenti, seguendo il terreno collinare e montuoso della regione. Queste terrazze, create dall'uomo, permettono di coltivare il riso su pendii che altrimenti sarebbero inutilizzabili per l'agricoltura
Terrazzamenti di risaie sul sentiero per Namche – Nepal 1984
In Nepal, un ponte tibetano non si riferisce a un singolo ponte specifico, ma piuttosto a una tipologia di ponte sospeso, spesso utilizzato per collegare villaggi o attraversare fiumi in zone montuose. Questi ponti sono noti per la loro struttura aerea e l'uso di funi, e sono diventati un'attrazione per gli amanti dell'avventura.
Ponte nel Trek per Namche – Nepal 1984
Colazione sulla strada per Namche – Nepal 1984

Dopo una intensa prima giornata di saliscendi in un ambiente subtropicale, con boschi di rododendri e terrazzamenti, decidemmo che era necessario ingaggiare un portatore. Volevamo restare autosufficienti, ma dovevamo risparmiarci in vista delle tappe in alta quota. Così prendemmo accordi con un portatore occasionale per condividere il peso del nostro bagaglio fino a Namche Bazar.

Le cosidette case da tè in Nepal offrivano ai trekker una sistemazione spartana
Casa da tè – Nepal 1984
Viaggiare in Nepal significa esplorare gli iconici ponti sospesi, attraversare i maestosi fiumi, immergersi e catturare i panorami mozzafiato che definiscono la bellezza dell'Himalaya.
Nepal 1984
Trekking in solitaria sulle montagne del Nepal: Gabriella sale lungo un sentiero panoramico con vista su terrazze agricole, fiumi e cime himalayane immerse nella natura
Vallata del Dudh Khosi – Nepal 1984

Dopo una settimana di cammino, seguendo il corso del Dudh Khosi — il “fiume di latte”, così chiamato per il colore biancastro delle sue acque che scendono dalle nevi dell’Everest — giungemmo a Lukla.

Atmosfera mistica in una foresta d'altura in Nepal: riflessi di alberi muschiosi in uno stagno avvolto dalla nebbia
Nepal 1984
In Nepal ci sono le sanguisughe, soprattutto durante la stagione dei monsoni (da giugno a settembre). Le sanguisughe sono comuni nelle zone umide, come sentieri coperti di foglie e sottobosco in decomposizione. Possono essere attratte dalle vibrazioni dei passi e sono più attive in queste condizioni
Una antipatica compagna di viaggio durante il trek, la sanguisuga – Nepal 1984

Questo piccolo aeroporto, incastonato tra le montagne era il punto d’arrivo per le spedizioni e per trekker più agiati diretti nel Khumbu.

L'Aeroporto di Lukla in Nepal è il più pericoloso al mondo. Situato a 2.845 metri sul livello del mare, funge da porta d'accesso agli alpinisti diretti al Monte Everest. La pista corta e in pendenza costituisce un pericolo nell'atterraggio perché  lunga appena 527 metri e con  una pendenza di circa 12 gradi. Facilita il decollo ma complica notevolmente l'atterraggio.
Aereoporto di Lukla – Nepal 1984

Osservando la pista in terra battuta in pendenza, tanto ripida da intimorire persino gli yak che pascolavano sereni, ci sentimmo soddisfatti della nostra decisione di percorrere la parte bassa del trek a piedi: ogni passo di quei sette giorni di fatica era valso la pena.

Ritratto di una donna Tamang in abiti tradizionali nepalesi, con gioiello al naso e sciarpa intrecciata, nel contesto rurale di un villaggio dell’Himalaya
Donna Tamang – Nepal 1984

La sera successiva ci riposavamo nel villaggio di Namche Bazar a 3.440 metri, nel cuore del territorio sherpa. Dopo notti in tenda o in spartane case da tè, trovammo finalmente una stanza per riposare.

Yak nepalese da carico con sella ricamata, utilizzato per il trasporto lungo i sentieri dell’Himalaya, accanto a una casa rurale in pietra
Yak bardato – Nepal 1984

Namche è  il principale punto di partenza verso molte vette himalayane e verso il campo base dell’Everest. Molti vi si fermano uno o più giorni per acclimatarsi. Anche noi restammo un paio di giorni poi, liquidammo il portatore e depositammo l’abbigliamento per le vallate più calde in una ghesthouse.

tupa buddhista tradizionale decorata con occhi del Buddha e lunghe file di bandiere di preghiera, situata nel villaggio di Thame lungo il trekking verso l’Everest, circondata da montagne himalayane
Chorten a Namche Bazar – Nepal 1984

Arrivando a Namche il venerdi sera facemmo in tempo a visitare il famoso mercato del sabato mattina, un importante punto di scambio che richiamava commercianti e visitatori dai villaggi circostanti e persino dal Tibet. Qui si barattavano sale, burro di yak  e lana con cereali, tè, riso e verdure.

A Namche il mercato del sabato mattina, un importante punto di scambio che richiamava commercianti e visitatori dai villaggi circostanti e persino dal Tibet.
Mercato a Namche Bazar – Nepal 1984
Mercato a Namche Bazar – Nepal 1984

Oggi si trovano anche abbigliamento tecnico, cioccolato, medicinali e altri prodotti provenienti da Kathmandu o dalla Cina. Qua i viaggiatori possono rifornirsi a caro prezzo o semplicemente osservare la vita locale, magari dalla Porter’s stone, una grande roccia piatta, situata lungo la salita al mercato, dove i portatori appoggiano le gerle senza doverle scaricare.

Gruppo di portatori himalayani seduti su la Porter's stone con ceste in vimini, circondati da nuvole e con sullo sfondo le vette innevate dell’Himalaya nepalese
La Porter’s stone al mercato di Namche -Nepal 1984

Il mercato di Namche è uno dei più vivaci dell’arco himalayano, un luogo di scambi ma anche di incontro, dove si condividono notizie e si rafforzano legami comunitari.

Stupa buddhista coperta di muschio e avvolta dalla nebbia lungo un sentiero silenzioso tra i boschi himalayani del Nepal, simbolo di spiritualità e mistero
Chorten nella nebbia . Nepal 1984

Dopo due giorni di riposo e acclimatazione, riprendemmo il cammino verso l’Everest. Il sentiero si snodava tra chorten e muri creati accatastando pietre mani con immagini del Buddha e dei bodhisattva scolpite da ignoti artisti. 

Le pietre mani sono spesso poste in lunghe pile lungo i sentieri, formando pareti mani. L'usanza buddista impone che questi muri debbano essere superati o aggirati dal lato sinistro, la direzione in senso orario in cui ruotano la terra e l'universo, secondo la dottrina buddista.
Muro mani – Nepal 1984
Scatto toccante di una bambina nepalese in abiti semplici, seduta su un muro a secco tra i campi terrazzati di un villaggio montano, simbolo della vita rurale e delle sfide dell’infanzia in Himalaya
Sentiero verso l’Everest – Nepal 1984
Ritratto di due bambine nei pressi di una struttura sacra con pietre mani scolpite, simbolo della spiritualità buddhista e della vita quotidiana nei villaggi di montagna del Nepal"
Sentiero verso l’Everest – Nepal 1984

Infine raggiungemmo il monastero di Tengpoche, immerso in boschi di abeti nani e di rododendri, dove passammo la notte. Il giorno dopo proseguimmo per Pheriche, a 4.371 metri, dove sostammo due notti per acclimatarci e ridurre i rischi del mal di montagna in forma acuta.

Affresco sacro buddhista in stile tibetano che raffigura una divinità protettrice irata con aureola di fiamme, nei templi dell’Himalaya nepalese
Divinità buddhista _ Nepal 1984
Veduta mozzafiato delle vette innevate dell’Himalaya in Nepal, con giochi di luce e ombra sulle pareti scoscese ricoperte di ghiaccio
Vette himalayane – Nepal 1984

A Pheriche funzionava già dal 1973 un piccolo posto di soccorso creato dalla Himalayan Rescue Association, dove alcuni volontari fornivano cure d’emergenza e informazioni sulla prevenzione del mal di montagna.

Abete blu carico di coni in primo piano davanti alla maestosa cima dell’Ama Dablam, una delle montagne più spettacolari dell’Himalaya nepalese
Ama Dablan e il pino blu – Nepal 1984

Per accelerare l’acclimatazione il giorno di riposo lo dedicammo a una salita a Chhukung, un alpeggio estivo privo di insediamenti permanenti a 4.730 metri, tra boschi di pini blu con scorci mozzafiato sul versante meridionale del Lhotse, l’Island Peak e l’iconico Ama Dablam, sosia himalayano del nostro Cervino.

Cime innevate dell'Himalaya nepalese illuminate dalla luce del mattino, con creste affilate e pareti verticali ghiacciate
Vette himalayane – Nepal 1984

Riprendemmo quindi la marcia verso Lobuche, in un ambiente costellato di pietre mani, di chorten e di bandierine di preghiera, segni del profondo legame della popolazione sherpa con il buddismo tibetano. Questi oggetti sono la testimonianza di come una società marcando il paesaggio crea una immagine nella quale si può riconoscere.

Gabriella accanto a una grande roccia scolpita con mantra buddhisti in lingua tibetana lungo un sentiero dell’Himalaya nepalese
Gigantesca pietra mani – Nepal 1984

I piccoli villaggi lungo il percorso, spesso solo qualche casa e una tea house, erano occasioni preziose per rifocillarsi e incontrare la popolazione locale. Mangiare riso con verdure o patate lesse, e riposare fianco a fianco con i portatori suscitava inevitabili riflessioni sulle differenze tra i nostri mondi, all’epoca non ancora avvicinati dalla rivoluzione digitale.

Donna e uomini nepalesi trasportano merci in ceste intrecciate sulle spalle, lungo le strade sterrate di un villaggio dell’Himalaya, simbolo del lavoro quotidiano e della resilienza delle comunità montane
Portatori sherpa _ Nepal 1984

L’orgoglio per la nostra avventura in stile alpino svaniva in un attimo all’ombra delle enormi gerle dei portatori che giganteggiavano nel confronto con i nostri zaini, ma ciò che più colpiva era l’eterno sorriso stampato sui volti, dai  bambini agli anziani.   

La regione del khumbu si trova nel cuore dell'Himalaya Nepalese, poche centinaia di chilometri a Nord di Kathmandu.
Valle del Khumbu – Nepal 1984
Originariamente concepiti come monumenti funerari per conservare reliquie, gli stupa sono diventati simboli materiali fondamentali della religiosità buddhista
Chorten sulla strada dell’Everest – Nepal 1984

Lobuche, ai piedi del ghiacciaio del Khumbu, che sale grandioso fino alle pendici dell’Everest, era l’ultima tappa prima di Gorak Shep, dove si trova l’ultima stazione prima del campo base per l’ascensione alla montagna. Qui, a 4.900 metri è stata inaugurata nel 1990 la Piramide Italiana, il laboratorio scientifico del CNR.

La storia di Gorak Shep è strettamente legata all'Everest e all'esplorazione dell'Himalaya. Inizialmente, Gorak Shep non era altro che un punto di sosta per i pastori locali e i loro yak durante le migrazioni stagionali. Tuttavia, negli ultimi decenni, è diventato un punto di riferimento cruciale per i trekker che si dirigono verso l'Everest Base Camp.
La tenda a Gorak Shep soto il Nuptse – Nepal 1984

Raggiungemmo finalmente la agognata meta di Gorak Shep, a 5.164 metri. Il nome, che significa “corvi morti”, ben si addice questo luogo brullo e desolato. Il lago ghiacciato ricoperto dalle sabbie della morena del Khumbu non poneva problemi di spazio e quindi montammo la tenda ai piedi dell’incombente mole del Nuptse. Posta la base, partimmo per una ricognizione sulla morena sotto lo sguardo di un paio di yak incuriositi.

Situato nel cuore della regione del Khumbu in Nepal, il ghiacciaio serpeggia lungo i pendii dell'Himalaya, creando un percorso attraverso il terreno accidentato. Si appoggia sul fianco meridionale del Monte Everest, rendendolo una caratteristica importante per scalatori e trekker.
Ghiacciaio del Khumbu – Nepal 1984

Gorak Shep è il posto utilizzato nel 1952 da un gruppo di alpinisti svizzeri come campo base nel tentativo di scalare l’Everest. Successivamente il campo è stato spostato più vicino alla montagna, appena sotto l’Ice Fall del Khumbu.

Le masse di ghiaccio del ghiacciaio del Khumbu sono enormi. In totale si estende per 18 chilometri, da un'altitudine di 8.000 m fino a 4.900 m ed è largo quasi un chilometro
Ghiacciaio del Khumbu – Nepal 1984

Passammo la notte combattendo con freddo, mal di testa e insonnia. Decidemmo di puntare al Kala Pattar (5.545 metri) che prometteva uno dei migliori punti di vista dell’Everest. La salita non presentava difficoltà, ma la quota la rendeva impegnativa. La vista ci ripagò di ogni sforzo.

Il monte Everest è la vetta più alta della Terra con la sua altezza di 8848 m s.l.m.[1]. Assieme ad altri "ottomila" è situato nella catena dell'Himalaya, al confine fra Nepal e Cina, e rientra nelle cosiddette Sette vette del pianeta.
Monte Everest – Nepal 1984

Il monte Everest, Sagaramatha per i nepalesi o Chomolungma per i tibetani, si mostrava in tutta la sua imponenza. Era una bellissima giornata di sole e salendo abbagliati da una luce irreale, potemmo ammirare la perfezione da piramide egizia della montagna.

L'Everest, la montagna più alta del mondo, è una meta ambita per escursionisti e alpinisti. Un santuario naturale dove la storia antica si intreccia con il presente.
Monte Everest – Nepal 1984

Dal punto di osservazione partiva la lunga cresta per la vetta del monte Pumori che, nell’aria rarefatta, sembrava di poter toccare con la mano.

Il significato letterale di Pumori è "Unmarried Daughter or the Mountain daughter" in lingua Sherpa, è stato nominato da Gorge Mallory. Gerhard Lenser fu il primo a raggiungere la vetta nel 1962 come parte di una squadra tedesca / svizzera. Pumori è una bellissima vetta a forma di piramide in Nepal
Il monte Pumori 7161 mt da Gorak shep Nepal 1984

Nonostante lo spettacolo, il pensiero di un’altra notte a Gorak Shep ci spinse a scendere velocemente. Smontammo la tenda, e rifacemmo gli zaini e discendemmo fino a Lobuche, 300 metri più in basso, dove gli effetti della quota si fecero meno pesanti.

Ragazzi nepalesi seduti su tronchi lungo un sentiero d’alta quota, con lo sguardo perso nella nebbia delle montagne himalayane, durante una pausa dal trasporto di carichi pesanti
Portatori – Nepal 1984

Il giorno dopo, lasciato il ghiacciaio del Khumbu, raggiungemmo Duglha dove abbandonammo il classico trek per il campo base per tentare la traversata verso i laghi di Gokyo, passando per il Cho La, un colle ghiacciato a 5.400 metri.

Cucina rurale in un’abitazione del Nepal: scaffali con stoviglie in metallo, contenitori locali e focolare a legna incassato in una struttura in terra battuta, illuminata da luce naturale
Cucina sherpa – Nepal 1984

Con una discreta acclimatazione e modeste scorte alimentari, ci dirigemmo a nord-ovest costeggiando il lago di Tshola Tsho e giungendo in serata a Dzonglha, dove montammo la tenda per la notte. Il giorno seguente era decisivo per il proseguo del viaggio. Non avevamo informazioni sicure sulle condizioni del passo che, a seconda della stagione può essere moderatamente innevato oppure presentare le difficoltà tipiche dell’alpinismo su ghiaccio. Inutile dire che la nostra dotazione alpinistica si limitava a ghette e scarponcini di cuoio.

Cho La è un passo sommitale situato a 5.420 metri sul livello del mare nel distretto di Solukhumbu, nel nord-est del Nepal. Collega il villaggio di Dzongla a est e il villaggio di Thagnak a ovest.
Verso il Cho La – Nepal 1984

La mattina seguente iniziammo la salita al Cho La. Il percorso si snodava in un ambiente pietroso privo di ogni traccia di sentiero. C’erano solo pochi, ma provvidenziali, ometti di pietre a confermarci la direzione. Il resto lo facevano la bussola e una carta a 50.000 acquistata a Namche. La marcia proseguì con facili passaggi su massi di granito fino alla prima neve. A metà del giorno ci ritrovammo su una calotta nevosa percorsa da una visibile traccia, eravamo sul Cho La.

Variante del classico trekking al campo base dell'Everest, con la spettacolare traversata del passo del Cho La (5.420 m.) ed i laghi di Gokyo per aggiungere un pizzico di alta quota
Chola La – Nepal 1984

Superato facilmente il colle, sul quale incontrammo una coppia di austriaci con portatori provenienti da Gokyo, iniziammo una rapida discesa su un pendio ghiaioso. Eravamo così euforici per la meta raggiunta che abbassammo la guardia. Il risultato fu che perdemmo completamente ogni tipo di traccia o ometto. Proseguimmo con l’ausilio della carta e solo al calar della sera giungemmo presso alcune capanne abbandonate con i muri di pietre a secco. Montammo la tenda in un piccolo campo al riparo di un muretto, e sotto un magnifico cielo stellato ci dividemmo le ultime razioni.

Il ghiacciaio Ngozumpa, sotto la sesta montagna più alta del mondo Cho Oyu in Nepal, a 36 chilometri, è il ghiacciaio più lungo dell'Himalaya. Il ghiacciaio Ngozumpa è un grande corpo di ghiaccio persistente. Scorre lentamente a causa delle sollecitazioni indotte dal suo peso.
Morena del ghiacciaio Ngozumpa – Nepal 1984

All’alba riprendemmo il camino, puntando al fiume che scendeva dai laghi di Gokyo. Il torrente, gelido e impetuoso, non sembrava guadabile, così decidemmo di salire lungo il fianco della morena per cercare un passaggio. Dopo ore di faticosa salita, riuscimmo ad aggirare il fronte ghiacciato. Potemmo così riprendere il sentiero per i laghi, trovando finalmente ristoro in una casa da tè.

 Laghi di Gokyo sono laghi oligotrofici che si trovano ad un'altitudine di 4.700-5.200 m sul livello del mare, nel Parco nazionale di Sagarmatha, nel Nepal. Dal 1979, Il parco è classificato dall'UNESCO come Patrimonio dell'umanità.
Laghi di Gokyo – Nepal 1984

Il giorno dopo la salita al Gokyo Ri ci concesse una vista indimenticabile: i laghi di Gokyo, ciascuno di una diversa sfumatura di colore, il gigantesco ghiacciaio Ngozumpa e su quattro ottomila: Everest, Lhotse, Makalu e Cho Oyu.

A Gokyo, in Nepal, si possono fare diverse attività, principalmente legate al trekking e alla natura. Il trekking ai laghi di Gokyo e al Gokyo Ri, con la possibilità di ammirare viste mozzafiato sull'Everest e altre vette, è l'attrazione principale. Si può anche esplorare il ghiacciaio Ngozumpa e visitare i villaggi Sherpa
Il ghiacciaio Ngozumpa da Gokyo Ri – Nepal 1984

Durante la discesa ci accampammo nei pressi di Thare, sul ripido fianco di una montagna, centinaia di metri sopra le acque del Dudh Khosi che rombavano nel fondovalle. La sera, avvolti dalla nebbia, cucinammo seduti dentro la tenda. Quando mi allontanai di qualche metro, scorsi una figura muoversi nella bruma. Che fosse un animale o un frutto della suggestione non lo saprò mai. Solo più tardi scoprimmo che proprio di fronte a Machermo, nel 1974 si raccontava di un attacco da parte di uno yeti.

Machhermo è un piccolo villaggio del Nepal orientale, nella zona amministrativa di Sagarmatha, ai piedi dell'Himalaya. Si trova nella valle del fiume Dudh Kosi, a nord di Dole e a sud di Gokyo, ad un'altitudine di 4470 mt, sotto la morena terminale del ghiacciaio Ngozumpa, il più grande ghiacciaio del Nepal
Nei pressi di Thare – Nepal 1984

Cominciammo poi la lunga discesa verso il bus che ci avrebbe finalmente riportato a Katmandu. Le tappe si susseguivano in senso inverso, come in un film riavvolto. Gli sherpa che tornavano a valle dopo aver terminato il loro lavoro di guide o portatori, erano i nostri compagni di viaggio.

Il trekking al Campo Base dell'Everest è il sogno di ogni escursionista, il percorso di più giorni più famoso e desiderato al mondo che in circa 2 settimane di cammino porta da Lukla, porta d’acceso nepalese all’Himalaya, fino ai piedi della cima più alta del pianeta, il monte Everest.
Sulla via del ritorno – Nepal 1984

La mattina partivamo insieme dopo colazione, scambiandoci qualche indicazione in una lingua franca fatta più di gesti che di parole, poi loro sparivano veloci, ridendo, felici di tornare a casa, mentre noi arrancavamo dietro. Arrivavamo alla sera al luogo dell’appuntamento molte ore dopo di loro, ma sempre in tempo per condividere il pasto comune. Il primo novembre eravamo alla stazione del bus, pronti a lasciare alle spalle 28 giorni di trekking indimenticabili.

Dentro la Città Proibita: Misteri, leggende e storia del Palazzo Imperiale

La Città Proibita di Pechino, la più grande reggia al mondo, è un luogo carico di fascino e di mistero. Costruita nel XV secolo per volontà dell’imperatore Yongle della dinastia Ming, questa straordinaria cittadella, circondata da mura imponenti e difesa da torri di guardia, ha attraversato secoli di guerre, rivoluzioni e custodisce segreti mai del tutto svelati.

La porta Tienanmen si trova sul lato settentrionale di piazza Tienanmen. La Porta della Pace Celeste è il primo accesso alla città proibita.
Porta Tienanmen accesso alla Città – Pechino Cina 2024

Un Palazzo Imprendibile?

Nel 1900 il malcontento popolare contro l’ingerenza economica e politica delle potenze colonialiste raggiunse il culmine con la cosidetta ribellione dei Boxer. Le truppe dei ribelli xenofobi arrivarono a assediare le legazioni delle nazioni straniere che si trovavano nel quartiere che circonda la cittadella. Truppe straniere, incluse quelle britanniche, occuparono temporaneamente la Città Proibita per proteggere i propri funzionari e le loro famiglie. Questo attacco al cuore dell’impero fu un episodio cruciale che segnò la storia moderna della Cina.

La Porta della Suprema Armonia è una delle porte interne della Città Proibita di Pechino
Porta della Suprema Armonia – Pechino Cina 2024

Zhou Enlai: Il Custode della Storia

Un altro momento decisivo per la Città Proibita ebbe luogo durante la Rivoluzione Culturale (1966 -1976), nel corso della quale molti monumenti storici cinesi andarono distrutti a causa dell’eccessivo zelo delle Guardie Rosse nella lotta ai simboli dello sfruttamento. Ma la Città Proibita fu risparmiata, grazie all’intervento del carismatico Primo Ministro Zhou Enlai. Con una combinazione di diplomazia, autorità politica e astuzia, Zhou riuscì a proteggere questo prezioso patrimonio culturale per le future generazioni.

Gli animali ornati del colmo del tetto, tra cui draghi, leoni e cavallucci marini, esaltano sia la grandiosità estetica sia il significato simbolico, simboleggiando potere, protezione e prosperità.
Animali mitologici ornano i tetti – Pechino Cina 2024

Per proteggere la Città Proibita Zhou Enlai emise una serie di direttive che classificarono il Palazzo come un bene culturale di valore nazionale, inoltre convinse le Guardie Rosse che danneggiare il complesso sarebbe stato un tradimento degli stessi principi rivoluzionari.

Le pareti rosse della città proibita simboleggiava potere ed esclusività
Porta di padiglione della Città Proibita – Pechino Cina 2024

Zhou Enlai argomentò che la protezione della Città Proibita non contraddiceva i principi della Rivoluzione Culturale, ma anzi li rafforzava, preservando in questo modo la storia del popolo cinese. La Città Proibita rappresentava non solo un simbolo dell’antico regime feudale, ma anche una prova del valore del lavoro del popolo cinese. Queste argomentazioni convinsero le Guardie Rosse, dissuadendoli da attaccarla.

Nella Città Proibita di Pechino, un ruscello chiamato "Ruscello delle Acque d'Oro" o "Torrente Dorato" attraversa un ampio cortile e conduce alla Corte Esterna, dove si trovano importanti edifici come la Sala della Suprema Armonia, la Sala della Perfetta Armonia e la Sala della Preservazione dell'Armonia. Questo ruscello è attraversato da cinque ponti di marmo, noti come le "Cinque Virtù".
Il Torrente dorato – Pechino Cina 2024

Misteri e Leggende della Città Proibita

Oltre ai fatti storici ufficiali, la Città Proibita è al centro anche di molte leggende e misteri:

Uno degli utilizzi turistici della Città Proibita sembra essere quello legato ai servizi fotografici. Noleggiati i vestiti con lo stile del costume della dinastia Qing, i turisti passeggiano per la Città Proibita o il Tempio del Paradiso facendosi fotografare da amici o da fotografi professionisti. Farsi fotografare con il vestito tradizionale cinese sembra essere molto trendy.
La Città Proibita – Pechino Cina 2024

La Maledizione dei Fantasmi: Si dice che il Palazzo sia infestato dai fantasmi degli antichi eunuchi, delle concubine e degli ufficiali giustiziati. La leggenda è alimentata da numerosi racconti di guardie e visitatori che affermano di aver visto figure spettrali aggirarsi tra i cortili al calare della notte. Una delle anime che si aggira ancora tra i padiglioni in cerca di giustizia appartiene a una concubina dell’imperatore Guangxu che fu giustiziata per ordine dell’imperatrice vedova Cixi perchè sospettata di tradimento.

I tetti della Città Proibita sono adornati con mattonelle smaltate dorate (simbolo del potere imperiale) realizzate con figure di animali beneauguranti presenti in numero maggiore a seconda dell’importanza della funzione dell'edificio. La processione delle bestie fortunate sui timpani si compone di tartarughe, cavallucci marini, capre, cavalieri mitologici a bordo di fenici e, soprattutto, draghi.
Tetto di padiglione – Pechino Cina 2024

Il Grande Incendio del 1421: L’imperatore Yongle aveva recentemente trasferito la capitale dell’impero da Nanchino a Pechino, e era in corso l’inaugurazione della nuova reggia con fastose cerimonie. Pochi mesi dopo, un fulmine squarciò il cielo sopra la Città Proibita, colpendo i tetti in legno di una delle sue sontuose sale.

Originariamente costruito nel 1420 durante l'inizio della dinastia Ming , il Palazzo della Purezza Celeste fungeva da residenza dell'Imperatore.
Palazzo della Purezza Celeste – Pechino Cina 2024

Le fiamme si propagarono rapidamente, alimentate dai materiali altamente infiammabili utilizzati nella costruzione degli splendidi palazzi imperiali. In poco tempo le scintille danzando da un edificio all’altro, trasformarono i padiglioni dorati in un mare di fuoco. L’imperatore pur interpretando la calamità come un segno di cattivo auspicio, ne ordinò comunque la ricostruzione immediata.

Il Giardino Imperiale non era solo un luogo di relax per l'imperatore, l'imperatrice e le concubine, infatti veniva impiegato anche per tutt’altro scopo come ad esempio per compiere riti sacrificali.

Il giardino merita una visita perché è uno dei pochi conservati nell’antico stile dei giardini cinesi: elegante con verdi e lussureggianti vecchi cipressi e bellissimi paesaggi, è arredato con affascinanti padiglioni, terrazze, corridoi e sentieri colorati lastricati in pietra.
Padiglione nel giardino imperiale – Pechino Cina 2024

Il Tesoro Segreto: Si dice che nelle mura del Palazzo siano nascosti ancora dei tesori, tra cui gioielli imperiali, manoscritti segreti e armi d’oro, scomparsi dopo la caduta della dinastia Qing nel 1912. Durante l’occupazione di Pechino da parte delle truppe del Sol Levante dal 1937 al 1945, la Città Proibita venne utilizzata come sede per il quartier generale militare giapponese e i suoi tesori furono trafugati per salvarli dal nemico.

Un giardino splendidamente paesaggistico, originariamente chiamato "Giardino posteriore del palazzo", con oltre 20 strutture e un padiglione centrale per lo svago imperiale.
Giardino imperiale – Pechino Cina 2024

Successivamente, in occasione della guerra civile, molti dei tesori furono trasferiti per proteggerli presso il Museo del Palazzo nella capitale dell’isola di Taiwan. Si ritiene però che non tutte le ricchezze siano state trasferite, ma ci siano ancora tesori nascosti nelle mura e nei sotterranei della cittadella.

Per combattere il fuoco, furono disseminati vicino a tutti gli edifici della Città Proibita dei grossi contenitori di bronzo che venivano sempre mantenuti pieni di acqua e sotto i quali si accendeva un fuoco in inverno per evitare che l’acqua si congelasse e diventasse inutilizzabile.
Contenitore di bronzo per l’acqua antincendio – Pechino Cina 2024

Curiosità della Città Proibita

La Misteriosa Mattonella: Nel Palazzo si trova una parete particolare detta Muro dei Nove Draghi, che costituisce uno dei siti più famosi della Città Imperiale. Questo è uno dei quattro monumenti esistenti in tutto il paese. Il muro risale al periodo dell’Imperatore Qianlong e raffigura appunto nove animali fantastici scolpiti in maniera minuziosa e dettagliata, ognuno dei quali è raffigurato mentre gioca con una perla. Un piccolo particolare non sfugge agli osservatori più attenti, sul corpo del terzo drago bianco una piastrella è stata sostituita da un pezzo di legno.

l drago era il simbolo del potere imperiale, o dell’imperatore stesso e il numero 9 era il numero massimo che portava fortuna. Si vedono 3 posizioni del drago: drago frontale, drago asceso e drago disceso con 4 colori diversi: giallo, azzurro, bianco e purpureo.
Muro dei Nove Draghi – Pechino Cina 2024

Si pensa che la mattonella sia stata danneggiata durante la lavorazione da un artigiano maldestro. Mancava il tempo per costruirne una nuova e inoltre il rischio di cadere in disgrazia agli occhi dell’imperatore era elevato e quindi fu sostituita da questa imitazione.

Una falsa mattonella di legno rivela forse un imbroglio all'Imperatore
La mattonella di legno – Pechino CIna 2024

Il blocco falso raggiunge comunque l’effetto del vero, ma col passare del tempo a causa del vento, della luce del sole e della pioggia, il pezzo di legno pian piano ha rivelato la sua materia originale.

La Città Proibita, o Forbidden City, è un vasto complesso di palazzi situato nel cuore di Pechino. È spesso descritto come un labirinto a causa della sua estensione e dei numerosi palazzi, cortili, porte, ponti e sentieri che lo compongono.
Il labirinto degli edifici della Città Proibita – Pechino Cina 2024

I Leoni Misogini: La Porta della Purezza Celeste è sorvegliata da due leoni di bronzo che simboleggiano il potere imperiale. A destra della scalinata un leone maschio con la zampa anteriore poggiata su un globo simboleggia il potere dell’imperatore sul mondo intero.

Nella Città Proibita, i leoni (o più precisamente, i leoni guardiani) simboleggiano il potere imperiale e la protezione dagli spiriti malvagi. I leoni di bronzo che si trovano all'entrata della Porta della Suprema Armonia, ad esempio, sono un chiaro esempio di questo simbolismo.
Leone alla Porta della Purezza Celeste – Pechino Cina 2024

La leonessa sull’altro lato, con la zampa anteriore sinistra posata su un cucciolo di leone, sottolinea il ruolo di madre rivestito dall’imperatrice.

I leoni, nella cultura cinese, sono spesso utilizzati come guardiani, simbolo di forza, potere e protezione contro le forze del male.
Leonessa alla Porta della Purezza Celeste – Pechino Cina 2024

Una caratteristica distingue queste statue dagli altri leoni della Città: le loro orecchie sono abbassate. Alcuni vogliono leggere in questa postura un ammonimento alle donne del Palazzo a tapparsi le orecchie quando erano ammesse alla corte interna per gli eventi pubblici e a non interferire con gli affari dello stato.

Ragazza cinese in visita alla Città Proibita in costume di Hanfu
Passato e futuro della Cina – Pechino Cina 2024
I tetti della Città Proibita, situata a Pechino, sono generalmente gialli, il colore dell'imperatore. Questo colore è un segno di prestigio e potere, indicando la residenza dell'imperatore. Ci sono alcune eccezioni, come la biblioteca che ha tetti neri, associati all'acqua e alla protezione antincendio, e la residenza del principe ereditario che ha tetti verdi, legati al legno e alla crescita.
Tetto della Città Proibita – Pechina Cina 2024

Le Statue che Fumano: La Porta della Suprema Armonia ospita due statue raffiguranti animali simbolici: una gru, emblema di immortalità, e una tartaruga con testa di drago, simbolo di longevità.

La gru cinese bronzea è un simbolo della longevità nella Città proibita Pechino.
Statua della Gru – Pechino Cina 2024

Queste statue, cave al loro interno, erano utilizzate per bruciare incenso durante le cerimonie solenni, come per la promulgazione di un editto o l’incoronazione di un nuovo imperatore.


Le tartarughe sono considerate un simbolo di longevità, saggezza e stabilità, e la loro presenza nella Città Proibita riflette l'importanza di questi concetti per l'imperatore e la sua corte. Le statue di tartaruga possono essere trovate in luoghi come i giardini imperiali, le porte e i ponti, e sono un elemento fondamentale dell'architettura e della cultura cinese.
In particolare, una delle statue più famose di tartaruga nella Città Proibita si trova nel Palazzo della Purezza e del Conforto, dove è posizionata all'interno di una fontana. Questa statua è realizzata in marmo bianco e rappresenta una tartaruga che porta una colonna, un simbolo di stabilità e potenza.
Le tartarughe sono anche un elemento ricorrente nella mitologia cinese, dove vengono spesso associate alla longevità e alla vita eterna. La presenza di statue di tartaruga nella Città Proibita riflette quindi il desiderio di immortalità e di prosperità per l'imperatore e la sua famiglia.
La tartaruga dalla testa di Dragone – Pechino Cina 2024

In tali occasioni, i funzionari inginocchiati erano avvolti da nuvole di fumo profumato che si sprigionava dalle statue, creando un’atmosfera solenne e mistica.

Nella Città Proibita di Pechino, la Sala della Suprema Armonia e altri palazzi presentano soffitti a cassettoni decorati con intricati motivi e simboli, come draghi e nuvole. Questi soffitti sono una parte fondamentale dell'architettura tradizionale cinese e rappresentano un'importante espressione artistica e culturale.
Soffitto a cassettoni – Pechino Cina 2024

Oggi, camminando tra i maestosi cortili e le sale decorate, i visitatori per lo più ignorano quanti pericoli hanno corso nei secoli questi meravigliosi padiglioni.

La Città Proibita è il complesso architettonico dal quale governarono i 24 imperatori cinesi che si susserguirono nel corso di 500 anni.
Statua moderna in esposizione – Pechino Cina 2024

Incendi, furti, saccheggi hanno rischiato di distruggere per sempre questo patrimonio che è il cuore stesso dell’impero cinese, ma la Città Proibita è sempre rinata dalle proprie ceneri come la mitica fenice raffigurata sulle sue mura.

Ornato soffitto all'interno di un padiglione presso la Città Proibita a Pechino, Cina
Soffitto decorato con Fenici e Dragone – Pechino Cina 2024

La Città Proibita non è solo un splendido monumento, ma il simbolo stesso della storia millenaria della Cina, che con i suoi misteri e le sue leggende, continua ad affascinare milioni di visitatori ogni anno, svelando a poco a poco i suoi segreti a chi sa guardare oltre le sue porte dorate.

Oltre a una ventina di diversi edifici, il Giardino Imperiale è impreziosito da numerose sculture bronzee di grande armonia, raffiguranti animali esotici, come il leone e l’elefante di questa immagine, o creature fantastiche.
Elefante di bronzo – Pechino Cina 2024

Visitarla è come entrare in un altro mondo, un viaggio attraverso il tempo, in cui ogni pietra e ogni padiglione raccontano storie di potere, passione e tradizione.

La Città Proibita è stata il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing. Situata nel centro di Pechino, occupava il centro dell'antico sistema di fortificazioni della città
Con la sera il Palazzo si svuota – Pechino Cina 2024

E voi? Avete mai visitato la Città Proibita? Ricordatevi che attualmente, la Città Proibita di Pechino (Palace Museum) impone un limite massimo di 40.000 visitatori al giorno. Questo limite, assieme alla prenotazione obbligatoria, ha l’obiettivo di tutelare l’integrità del sito e offrire ai visitatori un’esperienza più piacevole, in particolare nei periodi di maggiore affluenza. Ricordate quindi di prenotare il vostro biglietto online sul sito del Museo del Palazzo https://bookingticket.dpm.org.cn/ o attraverso l’app WeChat.

In Cina l'elefante è simbolo di forza ed energia, ma anche di perseveranza, ed è considerato un esempio di eticità e avvedutezza. L'elefante con la gualdrappa è una figura benaugurale. La pronuncia del nome dell'animale,"xiang" e della gualdrappa "an" sono sinonimi rispettivamente di felicità e armonia.
Interno – Pechino Cina 2024
Tra le prime cronache antiche cinesi, Memorie di uno storico, scritto da Si Ma Qian della dinastia Han ci racconta che come il Dio del Cielo dimorava nel Purpureo Recinto, una costellazione formata di quindici corpi celesti raggruppati intorno alla Stella del Mirto Purpureo, cioè la Stella Polare, così il Figlio del Cielo, cioè l’imperatore doveva dimorare in una città purpurea che doveva essere il centro del mondo terrestre.
La Città Proibita – Pechino Cina 2024

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